{"id":882,"date":"2020-05-16T18:35:01","date_gmt":"2020-05-16T16:35:01","guid":{"rendered":"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/?p=882"},"modified":"2020-06-18T19:33:26","modified_gmt":"2020-06-18T17:33:26","slug":"abitare-la-citta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/abitare-la-citta\/","title":{"rendered":"Abitare la citt\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>\u201cAbitare la citt\u00e0\u201d \u00e8 uno slogan piuttosto generico che cercher\u00f2 di spiegare ripercorrendo il mio percorso artistico. Innanzitutto, una breve premessa storica: le mie prime riflessioni in merito risalgono all\u2019inizio degli anni Sessanta, quando ancora il rapporto individuo-ambiente era indagato in Italia da pochi artisti e architetti (quelli che poi sarebbero stati definiti \u201carchitetti radicali\u201d), nonostante questa relazione cominciasse a risvegliare un qualche interesse nel resto dell\u2019Europa (penso agli inglesi Street Farmer, alla Cooperativa Himmelblau, oppure al gruppo HausRuker di Vienna).<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Tuttavia, nel nostro paese come all\u2019estero, questo tema rimaneva sicuramente marginale rispetto alla cultura ufficiale. In quegli anni Milano era governata dalla corrente progettuale che faceva riferimento al pensiero di Ernesto N. Rogers e dalla corrente Neoliberty rappresentata dapprima dai contributi di Vittorio Gregotti e poi di Aldo Rossi.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Quindi potete facilmente immaginare le difficolt\u00e0 per un giovane architetto che muoveva i primi passi a Milano, in un contesto culturale che non apprezzava le nuove teorie su un diverso uso dell\u2019architettura in rapporto all\u2019abitare urbano. Malgrado ci\u00f2, verso la fine degli anni Settanta, accadde qualcosa che in qualche modo modific\u00f2 gli equlibri tra la cultura ufficiale e questa attivit\u00e0 \u201cradicale\u201d e sotterranea. Molti ricorderanno che, proprio in quegli anni, nelle facolt\u00e0 universitarie fece la sua comparsa una nuova disciplina denominata \u201carredo urbano\u201d: l\u2019equivalente, per gli spazi esterni, di quella disciplina che Gio Ponti aveva gi\u00e0 promosso negli anni Cinquanta con l\u2019introduzione della materia \u201carchitettura degli interni\u201d, anche chiamata pi\u00f9 volgarmente \u201carredo domestico\u201d. Alcuni di noi cominciarono a pensare che le cose stessero effettivamente cambiando, che la societ\u00e0 fosse maturata (nascevano i primi assessorati all\u2019arredo urbano&#8230;) e che anche le universit\u00e0 stessero prendendo coscienza che il vero fine dell\u2019architettura dovesse essre quello di migliorare l\u2019abitabilit\u00e0 e di promuovere la qualit\u00e0 della vita dell\u2019individuo urbanizzato.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Anch\u2019io caddi in questa trappola e fui chiamato in diverse facolt\u00e0 di architettura a tenere corsi di arredo urbano. In realt\u00e0, mi ritrovai all\u2019interno di dipartimenti accademici che si aspettavano &#8211; anzich\u00e9 l\u2019insegnamento di pratiche in grado di favorire la riappropriazione degli spazi urbani da parte della cittadinanza &#8211; la progettazione di \u201carredo stradale\u201d (<i>street furniture<\/i>, in inglese), ovvero di panchine, dissuasori di sosta, portarifiuti, lampioni, etc.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Introdotto nelle facolt\u00e0 di architettura, quest\u2019approccio cre\u00f2 soltanto un certo disturbo; un disturbo di cui il mondo accademico ha spesso avuto bisogno per nascondere il disimpegno nei confronti di ci\u00f2 che accadeva realmente sul territorio. Dal dopoguerra ad oggi, le facolt\u00e0 di architettura distribuite su tutto il territorio nazionale, di fatto, non hanno mai alzato un dito di fronte al grande scempio perpetrato sul nostro territorio e di cui tutti noi siamo stati spettatori. Mai una voce che denunciasse la diretta responsabilit\u00e0 dell\u2019architettura e dell\u2019edilizia! All\u2019interno di queste istituzioni che potrebbero avere un ruolo di verifica e di denuncia &#8211; in quanto libere da condizionamenti politici ed economici &#8211; non \u00e8 mai cresciuto un movimento interno capace di intervenire per porre un freno ai disastri che si stavano compiendo.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>L\u2019arredo urbano ha rappresentato un elemento di distrazione e ha risvegliato grande euforia tra i designer che, con l\u2019arrivo dei grandi numeri (forniture per intere citt\u00e0), vedevano finalmente aprirsi una nuova stagione per il disegno industriale. In realt\u00e0 si \u00e8 trattato invece di decenni di decadenza: purtroppo, negli anni Ottanta e Novanta, la questione dell\u2019ambiente urbano si \u00e8 risolta, nelle migliori delle ipotesi, nella \u201cfornitura stradale\u201d. Negli ultimi anni \u00e8 emersa un\u2019attenzione differente verso l\u2019ambiente urbano espressa principalmente dai nuovi \u201cgraffitari\u201d, artisti che oggi sembrano aver esaurito la loro funzione, ormai celebrati dai musei di arte contemporanea. Dal mio punto di vista, abitare la citt\u00e0 \u00e8 un tema che rimane sostanzialmente scoperto, almeno rispetto agli strumenti e alle pratiche che ho sperimentato per molti anni.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Tra \u201cabitare\u201d e \u201cusare\u201d lo spazio urbano c\u2019\u00e8 una grandissima differenza: si \u201cabita\u201d lo spazio della propria abitazione domestica, si \u201cusa\u201d lo spazio della camera d\u2019albergo. Abitare significa espandere la propria personalit\u00e0, appropriarsi dei luoghi e, in qualche modo, intrattenere con essi un rapporto soprattutto di tipo mentale. Proprio come facevano i pellerossa: abitavano il loro territorio senza modificarlo, attribuendo valore e significato ad ogni elemento (montagne, fiumi, alberi&#8230;). Per esempio, facevano dei fori sotto i mocassini dei propri figli affinch\u00e9 toccassero, con la pianta dei piedi, la terra: la polvere delle ossa dei loro antenati.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_921\" aria-describedby=\"caption-attachment-921\" style=\"width: 299px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-921 \" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-1-2-01-241x300.jpg\" alt=\"\" width=\"299\" height=\"372\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-1-2-01-241x300.jpg 241w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-1-2-01-1124x1400.jpg 1124w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-1-2-01-768x957.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-1-2-01-1233x1536.jpg 1233w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-1-2-01.jpg 1252w\" sizes=\"(max-width: 299px) 100vw, 299px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-921\" class=\"wp-caption-text\"><em>fig. 1, 2: Mappe<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Per avvicinare le persone a questo modo di vivere lo spazio urbano si possono attivare diverse pratiche. Tra gli esercizi che proponevo negli anni Sessanta e Settanta, c\u2019era quello di tracciare la \u201cmappa della propria citt\u00e0\u201d (<i>fig. 1, 2<\/i>) secondo le seguenti modalit\u00e0: \u201cPrendete la pianta della vostra citt\u00e0 (la mappa codificata che potete comprare dal giornalaio), sovrapponete a questa un foglio di carta da lucido delle stesse dimensioni e disegnate sopra i luoghi dove avete ricevuto delle informazioni. Otterrete la mappa delle \u201cvostre informazioni\u201d. Allo stesso modo, potrete realizzare (con altri fogli di carta trasparente sovrapposti alla mappa codificata): la mappa dei vostri monumenti (oggetti e segni che avete utilizzato per orientarvi), la mappa dei vostri itinerari, la mappa dei vostri eventi emozionali, e cos\u00ec via&#8230;Tutte queste mappe da voi elaborate raccolgono le differenti letture del vostro rapporto con la citt\u00e0\u201d. Dopo aver richiesto a circa cinquecento persone di compiere questo esercizio, ho realizzato nel 1979 una mostra alla Triennale di Milano: esponendo a confronto queste mappe, era subito visibile che esistevano tante citt\u00e0 quante le persone che abitavano la citt\u00e0 stessa. Un altro esercizio era <i>Le chemin du d<\/i>\u00e9<i>rive <\/i>dovevo proponevo un percorso a piedi dal centro della citt\u00e0 alla periferia, senza una particolare destinazione e senza un itinerario prestabilito. I protagonisti di questo camminamento percepivano una quantit\u00e0 di informazioni che non avrebbero mai potuto rilevare in altre situazioni di comportamento urbano. Ad esempio, al termine di una giornata passata a camminare attraverso la citt\u00e0, si accorgevano che quest\u2019ultima non offriva la minima possibilit\u00e0 di sopravvivenza, perch\u00e9 per sopravvivere in uno spazio per dodici ore ci sono tre cose che bisogna<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span>assolutamente fare: bere, evacuare, riposare. Ebbene, nelle nostre citt\u00e0, queste tre necessit\u00e0 non sono soddisfatte da nessuna struttura a disposizione dell\u2019individuo urbanizzato. E stiamo parlando di usare la citt\u00e0, siamo ancora ben lontani dall\u2019abitarla.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<figure id=\"attachment_922\" aria-describedby=\"caption-attachment-922\" style=\"width: 414px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" class=\" wp-image-922\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-3-300x254.jpg\" alt=\"\" width=\"414\" height=\"350\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-3-300x254.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-3-768x649.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-3.jpg 1108w\" sizes=\"(max-width: 414px) 100vw, 414px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-922\" class=\"wp-caption-text\"><em>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0fig. 3: Il commutatore, 1970.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Per abitare la citt\u00e0, direi pi\u00f9 a livello psicologico e comportamentale, mi \u00e8 parso indispensabile sviluppare un insieme di operazioni che conducono alla decodificazione di situazioni e luoghi, ovvero alla lettura &#8211; e quindi al disvelamento &#8211; di realt\u00e0 che non sappiamo percepire perch\u00e9 ormai acquisite o imposte. Strumenti atti a rompere gli schemi della consuetudine, come<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span>il <i>Commutatore <\/i>(<i>fig. 3<\/i>): un piano inclinato su cui collocarsi e, modificandone l\u2019angolazione, poter guardare in modo diverso la realt\u00e0 circostante. Tra le altre operazioni teorizzate con il manifesto <i>Sistema disequlibrante<\/i>, l\u2019opera <i>Elemento Segnale<\/i>. Alla periferia di Milano, tra Bresso e Cinisello Balsamo, si estendeva una grandissima area tutta recintata e assolutamente inutilizzata, priva perfino di verde. Passavo quotidianamente da quel posto, fiancheggiandone la recinzione, per andare ad insegnare a Monza e notavo che, progressivamente, cresceva tutt\u2019intorno una architettura residenziale \u201cin attesa\u201d che questo grande spazio venisse utilizzato, si trasformasse. Ma non succedeva nulla. Alla fine pensai di scaricare tutta questa tensione accumulata negli anni collocando in quest\u2019area un \u201csegnale\u201d <i>(fig. 4, Intervento per nuove strutture ambientali<\/i>): un cartello che invece di scaricare le tensioni ne accumulava provocatoriamente delle altre!<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<figure id=\"attachment_923\" aria-describedby=\"caption-attachment-923\" style=\"width: 1101px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-923 size-full\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-4.jpg\" alt=\"\" width=\"1101\" height=\"458\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-4.jpg 1101w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-4-300x125.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-4-768x319.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 1101px) 100vw, 1101px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-923\" class=\"wp-caption-text\"><em>fig. 4: Il segnale, 1970.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Finora ho descritto interventi a carattere psicologico e mentale, ma ci sono tante operazioni di carattere pi\u00f9 progettuale che attendono di essere affrontate. Tutti sanno che la citt\u00e0, per quanto riguarda i rapporti individuo-ambiente, \u00e8 composta da tanti sottosistemi: il sistema dei flussi, il sistema ludico, il sistema culturale, il sistema informativo, il sistema commerciale, etc. Ma per ciascuno di questi caratteri urbani manca la progettualit\u00e0. Prendiamo, ad esempio, il vecchio tema dell\u2019isola pedonale (uno dei tanti argomenti che riguarda il sistema dei flussi): ebbene \u00e8 un elemento che in Italia non \u00e8 mai stato affrontato dal punto di vista progettuale.<\/p>\n<figure id=\"attachment_924\" aria-describedby=\"caption-attachment-924\" style=\"width: 387px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-924\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-6-300x240.jpg\" alt=\"\" width=\"387\" height=\"310\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-6-300x240.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-6-768x615.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-6.jpg 1061w\" sizes=\"(max-width: 387px) 100vw, 387px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-924\" class=\"wp-caption-text\"><em>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 fig. 6: Campo urbano, 1968.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Quando nel &#8217;68 ci furono le prime isole pedonali, realizzai un intervento disequilibrante &#8211; in qualche modo metaprogettuale &#8211; che intitolai <i>Campo urbano <\/i>(<i>figg. 6, 7<\/i>), ideato a Como, in occasione di una delle prime mostre dedicate all\u2019arte nella citt\u00e0. Il curatore Luciano Cara- mel aveva chiesto a me come ad altri artisti (Munari, Chiari, Bay Fabro, il Gruppo T e tanti altri) di uscire dal sistema delle gallerie d\u2019arte per andare incontro alla citt\u00e0 e ai suoi abitanti. Decisi cos\u00ec di intervenire attraverso un\u2019installazione effimera (durata solo una giornata) in cui davo rappresentazione diretta di un fatto:<\/p>\n<figure id=\"attachment_927\" aria-describedby=\"caption-attachment-927\" style=\"width: 387px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-927\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-7-300x207.jpg\" alt=\"\" width=\"387\" height=\"267\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-7-300x207.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-7.jpg 474w\" sizes=\"(max-width: 387px) 100vw, 387px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-927\" class=\"wp-caption-text\"><em>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 fig. 7: Campo urbano, 1968.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>una volta liberata dal traffico, l\u2019isola pedonale viene subito parassitata e occupata dal sistema commerciale. I negozianti si apprestavano a moquettare la via, a collocare vasi e invadere con le loro merci lo spazio reso disponibile. Lo spazio liberato dal traffico non veniva riconvertito, ripensato, riprogettato; ma lasciato a se stesso. Ecco, allora, il mio intervento fotografato mirabilmente da Ugo Mulas: la creazione di uno spazio autonomo rispetto al marciapiede, ad uso del sistema commerciale. E tutto ci\u00f2 per dimostrare la possibilit\u00e0 di intervenire negli spazi liberati dal traffico.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>A questo intervento se ne aggiunsero altri pi\u00f9 mirati a dimostrare la disponibilit\u00e0 di spazi non usati, dimenticati ed emarginati a causa di una cattiva gestione dei luoghi. Sempre appartenente alla serie disequilibrante &#8211; ma centrato sul sistema dell\u2019informazione &#8211; \u00e8 il <i>Cicerone elettronico <\/i>(<i>fig. 8<\/i>), un<\/p>\n<figure id=\"attachment_928\" aria-describedby=\"caption-attachment-928\" style=\"width: 336px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" class=\" wp-image-928\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-8-273x300.jpg\" alt=\"\" width=\"336\" height=\"369\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-8-273x300.jpg 273w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-8.jpg 526w\" sizes=\"(max-width: 336px) 100vw, 336px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-928\" class=\"wp-caption-text\"><em>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 fig. 8: Cicerone elettronico, 1971-72.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>progettto ancora tutto da attuare, presentato al MoMA di New York in occasione della mostra del 1972 <i>Italy: the new domestic landscape<\/i>. Erano tempi in cui si cercava di liberarsi dall\u2019informazione \u201cimposta\u201d. Attraverso un programma audiovisivo proponevo la messa in atto di un flusso\u00a0di informazione tra spazio privato e spazio pubblico &#8211; e viceversa &#8211; senza la mediazione di particolari filtri, in modo diretto e autogestito. Un apparecchio che poteva contenere e rinviare i messaggi lasciati dagli abitanti alla citt\u00e0, come anche far ricevere agli abitanti i messaggi lanciati dallo spazio pubblico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_929\" aria-describedby=\"caption-attachment-929\" style=\"width: 354px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-929\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-9-300x258.jpg\" alt=\"\" width=\"354\" height=\"305\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-9-300x258.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-9.jpg 598w\" sizes=\"(max-width: 354px) 100vw, 354px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-929\" class=\"wp-caption-text\"><em>fig. 9: Videocomunicatore, 1971-72.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Cos\u00ec come il <i>Videocomunicatore <\/i>(<i>fig. 9<\/i>) una sorta di box che poteva essere collocato negli spazi pubblici e collegato agli spazi privati: un contenitore di messaggi che, una volta raccolti e accumulati, potevano essere proiettati su grandi schermi nella citt\u00e0. Sono progetti del secolo scorso, ma penso che sarebbe bello vederli realizzati, prima o poi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_931\" aria-describedby=\"caption-attachment-931\" style=\"width: 1100px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-931 size-full\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-10.jpg\" alt=\"\" width=\"1100\" height=\"428\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-10.jpg 1100w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-10-300x117.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-10-768x299.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 1100px) 100vw, 1100px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-931\" class=\"wp-caption-text\"><em>fig. 10: Verso il centro, 1972.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p><i>Verso il centro <\/i>(<i>fig. 10<\/i>) rappresenta un ulteriore esempio di progetto disequilibrante. Nel 1974 il Comune di Milano incaric\u00f2 alcuni architetti e artisti per intervenire durante le feste natalizie nel centro citt\u00e0 con opere di abbellimento. Partendo dalla considerazione che in quel periodo dell\u2019anno le persone si muovono dalla periferia verso il centro (pieno di merci e luci!), proposi di portare nel centro tutto ci\u00f2 che la periferia produceva. Vorrei ricordare che, in quegli anni, la periferia di Milano era estremamente ricca e vivace di movimenti, circoli giovanili, case occupate, centri culturali&#8230; Quindi l\u2019intento della mia proposta era di trasformare un\u2019azione centripeta in un\u2019azione centrifuga: riportare l\u2019attenzione della gente verso la periferia della citt\u00e0, anzich\u00e9 soltanto verso il suo centro. Questi sono alcuni progetti che esemplificano il mio atteggiamento nei confronti dello spazio urbano e che dimostrano che il sistema urbano \u00e8 ancora troppo poco guardato con l\u2019attenzione che meriterebbe per sviluppare un pi\u00f9 giusto rapporto tra l\u2019individuo e il suo ambiente di vita.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_933\" aria-describedby=\"caption-attachment-933\" style=\"width: 377px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-933\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-11-300x249.jpg\" alt=\"\" width=\"377\" height=\"313\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-11-300x249.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-11.jpg 635w\" sizes=\"(max-width: 377px) 100vw, 377px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-933\" class=\"wp-caption-text\"><em>fig. 11: Vetrine.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Un altro argomento che mi ha appassionato per tanti anni \u00e8 quello dell\u2019immagine della citt\u00e0. Di fatto, a ben guardare, l\u2019immagine della citt\u00e0 \u00e8 realizzata quasi esclusivamente dalle vetrine dei negozi e dall\u2019esposizione delle merci: tutti noi lo sappiamo, ma pochi sono consapevoli di questa realt\u00e0 che, effettivamente, modifica continuamente l\u2019immagine che abbiamo della citt\u00e0 (<i>fig. 11<\/i>). Non sono certo gli urbanisti, ma pi\u00f9 che altro i negozianti con i loro vetrinisti, coloro che modificano continuamente l\u2019immagine della citt\u00e0. Mi basta pensare al quartiere di Milano in cui abito: nel giro di cinque anni trentacinquemila cinesi hanno trasformato questo luogo in un centro commerciale all\u2019ingrosso (come potrebbe avvenire lungo\u00a0il porto di Amburgo) dove praticamente tutti gli ambulanti di Europa vengono a rifornirsi. In altre parole, le trasformazioni di carattere commerciale sono determinanti per l\u2019immagine di una citt\u00e0; se in passato il centro di Milano era estremamente vivace, oggi la concentrazione di esercizi costituiti in prevalenza da banche, lascia il turista perso in un centro storico che di notte non possiede pi\u00f9 attrattive e vitalit\u00e0.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Finora ho affrontato il sistema dei flussi che interessa il sistema ludico, informativo e commerciale; ma esiste un altro sistema poco indagato, che ho chiamato \u201csistema di decompressione\u201d. Quest\u2019ultimo \u00e8 costituito da una serie di elementi e di spazi attrezzati la cui finalit\u00e0 ultima \u00e8 creare momenti di decongestione dall\u2019inquinamento acustico, visivo e atmosferico, come dall\u2019eccesso di folle, di strutture, di mezzi, di percorrenze. Insomma, luoghi e attrezzature per \u201criprendere fiato\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Le cosiddette \u201cvedovelle\u201d, fontanelle che in ogni quartiere un tempo servivano per dissetare il passante, oggi sono tutte scomparse! Un piccolo esempio di come anche le pi\u00f9 elementari strutture di servizio per la \u201cdecompressione\u201d sono totalmente assenti nelle nostre citt\u00e0 (dalle zone di riposo alle strutture per l\u2019evacuazione). Oggi non esistono momenti di sospensione rispetto all\u2019efficienza esasperata delle citt\u00e0: momenti che sarebbe giusto chiamare \u201csmagliature\u201d, ovvero quelle situazioni alternative alle strutture imposte dagli urbanisti, realt\u00e0 che spesso si ritrovano nelle periferie della citt\u00e0. Sono proprio queste smagliature che mi hanno fatto riflettere e mi hanno spinto,\u00a0alla fine degli anni Sessanta, a guardare alle periferie urbane con un\u2019attenzione diversa. Le periferie con tutte le loro smagliature (\u201citinerari preferenziali\u201d rispetto alle maglie tracciate dall\u2019urbanista, \u201cstrutture auto- gestite e autocostruite\u201d come gli orti urbani, \u201crecupero dei materiali\u201d in intelligenti reinvenzioni degli scarti della civilt\u00e0 dei consumi), mi insegnarono molte cose al di l\u00e0 dei luoghi comuni che erroneamente descrivevano &#8211; e continuano a descrivere &#8211; le periferie come i luoghi del non progetto.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_934\" aria-describedby=\"caption-attachment-934\" style=\"width: 453px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-934 size-full\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-12.jpg\" alt=\"\" width=\"453\" height=\"527\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-12.jpg 453w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/la-pietra-ultime-12-258x300.jpg 258w\" sizes=\"(max-width: 453px) 100vw, 453px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-934\" class=\"wp-caption-text\"><em>\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0fig. 12: Attrezzature urbane per la collettivit\u00e0, 1979.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p>Infine, un argomento su cui mi sono impegnato per tanti anni e su cui ancora rivolgo parte del mio interesse \u00e8 la definizione di strumenti per la rottura della barriera esistente tra lo spazio pubblico e lo spazio privato. Fin dagli anni Sessanta, tanti miei progetti e azioni anni sono ideati attorno allo slogan \u201cAbitare \u00e8 essere ovunque a casa propria\u201d, laddove la pratica di abitare va al di l\u00e0 dello spazio privato per invadere anche lo spazio pubblico. Per esprimere in modo evidente e provocatorio questo modello di comportamento ho cos\u00ec intrapreso un percorso progettuale che trasformava in oggetti di arredo domestico le diverse attrezzature che incontravo nella citt\u00e0: oggetti di fornitura stradale, barriere e i cosiddetti arredi urbani (<i>fig. 12<\/i>). Cos\u00ec, ad esempio, ho rilevato i dissuasori \u201cpaletti e catene\u201d estremamente diffusi a Milano e li ho trasformati in oggetti d\u2019arredo domestico (letto, sedia, tavolino, cassettiera). Oppure, ho rilevato le \u201cpaline stradali\u201d (usate per sostenere la segnaletica stradale) per trasformarle in oggetti luminosi estremamente affascinanti, con neon e metacrilato dipinto a mano, per poi collocarli in una stazione della metropolitana milanese a denunciare quanto il progetto di quella metro fosse assolutamente anonimo e alienante, lontano dal concetto dell\u2019abitabilit\u00e0. Un\u2019azione provocatoria, chiamata ironicamente <i>Attrezzature per la collettivit<\/i>\u00e0<i> <\/i>per alludere al fatto che, al contrario dell\u2019arredo domestico, l\u2019arredo urbano esprime solo violenza e divisione. Quando invece, se veramente vogliamo avviare il processo di abitabilit\u00e0 urbana, i complementi inseriti nella citt\u00e0 dovrebbero essere progettati con lo stesso spirito dell\u2019arredo domestico ed estendere nell\u2019ambiente i caratteri dei cittadini che lo abitano.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>L\u2019arredo urbano di una citt\u00e0 come Milano, definita la capitale internazionale del design, dovrebbe essere disegnato per assolvere non solo alle funzioni primarie, ma anche &#8211; e soprattutto &#8211; per esprimere e comunicare contenuti: elementi che siano autentici oggetti significanti. \u00c8 deprimente constatare che tutto il grande impegno creativo delle installazioni e degli allestimenti che da diversi decenni invade la citt\u00e0 in occasione della grande kermesse del Fuori Salone del Mobile, non lascia nessun \u201csegno\u201d qualificato per lo spazio urbano: proprio come accade in tutte le fiere di paese, finita la festa, non rimane traccia del caleidoscopio di progetti che per qualche giorno hanno ridisegnato l\u2019immagine di Milano.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Queste riflessioni sicuramente denotano una certa dose di pessimismo e quasi di disperazione, condizioni psicologiche che la citt\u00e0 di Milano mi ha sempre provocato.<br \/>\nHo combattuto queste sensazioni con ottimismo operativo, conducendo piccole e grandi battaglie nella convinzione di poter riuscire &#8211; anche in minima parte &#8211; a modificare il rapporto tra l\u2019individuo e l\u2019ambiente. Una sfida ben espressa nel film <i>La riappropriazione della citt<\/i>\u00e0<i> <\/i>che realizzai nel 1975 per il Centre George Pompidou di Parigi o nel cortometraggio <i>Interventi pubblici per la citt<\/i>\u00e0<i> di Milano <\/i>dedicato proprio della riconversione degli oggetti d\u2019arredo urbano in sofisticati oggetti di arredo domestico (<i>fig. 12<\/i>). Nelle prime sequenze i vincoli (paletti e catene) vengono descritti come \u201cstrumenti provvisori per la riqualificazione di molte zone del capoluogo lombardo\u201d.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Oggi a Milano quei paletti e quelle catene non ci sono pi\u00f9: il sindaco di allora, dopo aver visto il film alla Triennale di Milano nel 1979, li fece togliere e riprogettare da Enzo Mari, pensando che ne avessi criticato l\u2019aspetto estetico.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Nacquero cos\u00ec i \u201cpanettoni\u201d, versione moderna di paletti e catene, ma &#8211; come avrete capito &#8211; la mia critica era sul significato stesso di simili dispositivi, connotati di violenza ed emarginazione, false promesse di riqualificazione urbana. Spero che il mio pessimismo di oggi possa nei giovani trasformarsi in ottimismo, in urgenza creativa. In desiderio di \u201cabitare\u201d davvero la citt\u00e0.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<hr \/>\n<p><em>Trascrizione dell\u2019omonima relazione tenuta in occasione del Convegno internazionale di studio \u201cLa citt\u00e0 senza nome. Segni e segnali nel paesaggio contemporaneo\u201d (Villa Romanazzi Carducci \u2013 Bari, 22-23 ottobre 2009).<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cAbitare la citt\u00e0\u201d \u00e8 uno slogan piuttosto generico che cercher\u00f2 di spiegare ripercorrendo il mio percorso artistico. 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