{"id":281,"date":"2020-04-28T17:33:25","date_gmt":"2020-04-28T15:33:25","guid":{"rendered":"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/?p=281"},"modified":"2020-06-18T19:35:05","modified_gmt":"2020-06-18T17:35:05","slug":"della-grandezza-dei-sognion-the-greatness-of-dreams","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/della-grandezza-dei-sognion-the-greatness-of-dreams\/","title":{"rendered":"Della grandezza dei sogni<br \/><em>On the greatness of dreams<\/em>"},"content":{"rendered":"<p>(tratto da\u00a0NB. Numero\u00a00, Anno\u00a0I &#8211; ottobre 2009 &#8211; gennaio 2010)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La casualit\u00e0 delle forme e la necessit\u00e0 dell\u2019immaginazione.<br \/>\nThe randomness of formsand the necessity of the imagination<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Esiste una variabile assai elementare che interviene continuamente nella nostra percezione del mondo: l\u2019estensione fisica degli oggetti.<\/p>\n<p>Se chiamiamo questa variabile, pi\u00f9 familiarmente, con la parola \u201cgrandezza\u201d non rischiamo troppo. Ma \u00e8 gi\u00e0 abbastanza curioso che la parola italiana scelta, ma questo accade anche in altre lingue, sia \u201cgrandezza\u201d e non \u201cpiccolezza\u201d. Comunque sia, semplicemente, esistono cose piccole e cose grandi. Quasi nello stesso istante in cui si utilizzano queste parole cos\u00ec comuni, grande e piccolo, ci si rende conto che il loro uso \u00e8 incerto. L\u2019abitudine a vivere ci insegna immediatamente che alcune cose che appaiono grandi in un contesto, sembrano insignificanti in un altro. E, reciprocamente. Ma non sempre simmetricamente. E questo, anche se le nostre dimensioni corporee non sono mutate tra la prima e la seconda esperienza percettiva con lo stesso oggetto in due diversi contesti. Una serie di condizioni ambientali interviene immediatamente a complicare la questione. Variabili come la distanza, la limitata visibilit\u00e0, il movimento reciproco, il contrasto luminoso con lo sfondo, il contesto spaziale, la presenza o assenza di un orizzonte riconoscibile come tale, tutto interferisce con il giudizio, che si sarebbe voluto semplice e \u201cpuro\u201d. Se, quindi, si tiene conto, e come non si potrebbe?, del resto del mondo le due categorie appaiono confuse e situate in una allarmante continuit\u00e0 o, addirittura, non separabili tra di loro.<\/p>\n<p>In questa fase molto preliminare \u00e8 opportuno introdurre un secondo livello linguistico senza stabilire il quale finiremmo per creare altri \u201cparadossi di Zenone\u201d che intralcerebbero (faciliterebbero?) il nostro cammino. Questo secondo livello ha a che fare con la differenza tra le cose e le loro rappresentazioni. Cio\u00e8 tra la caraffa di cristallo sul mio tavolo e una sua \u201crappresentazione\u201d. Per esempio una fotografia, un dipinto, una incisione, una simulazione in Auto-Cad, un fotogramma, un <em>tumb nail<\/em> in JPG, che \u201crappresenta\u201d la caraffa di cristallo. Tutte queste rappresentazioni avranno una caratteristica comune; guardandole, vi riconosceremmo la caraffa. Tito Lucrezio Caro sarebbe soddisfatto di questo. Pi\u00f9 di duemila anni dopo utilizziamo un concetto che \u00e8 alla base del suo \u201c<em>De Rerum Natura\u201d<\/em>: l\u2019idea di \u201c<em>eidola\u201d<\/em>. Un <em>\u201ceidolon\u201d<\/em> \u00e8 una sorta di copia di un oggetto, copia conforme all\u2019originale che, forse, ne condivide le dimensioni. La natura, la forma, la consistenza, i movimenti di questi <em>\u201ceidola\u201d<\/em> suggeriscono in modo irresistibile alcune caratteristiche strutturali di ci\u00f2 che ,adesso, noi chiamiamo \u201cimmagini\u201d. Proviamo, ancora una volta, a semplificare il glossario:<\/p>\n<p>\u201cfigure\u201d saranno le rappresentazioni fisiche di un oggetto, \u201cimmagini\u201d le rappresentazioni mentali di un oggetto. \u00c8 evidente che questo nostro \u201cfigure\u201d \u00e8 analogo all\u2019inglese \u201c<em>pictures\u201d<\/em>, mentre \u201cimmagini\u201d \u00e8 abbastanza vicino alla parola \u201c<em>images\u201d.<\/em> Per continuare l\u2019esempio: un dipinto ad olio su tela o una fotografia, ma anche un file d\u2019immagini che genera la caraffa su di uno schermo, sar\u00e0 una \u201c figura\u201d, una <em>\u201cpicture\u201d<\/em> di quell\u2019oggetto specifico. Quello che \u201cvedo\u201d se chiudo gli occhi e immagino la caraffa \u00e8 una \u201cimmagine\u201d.<\/p>\n<p>Torniamo alle dimensioni fisiche degli oggetti. La caraffa \u00e8 misurabile con un regolo. Per esempio, le affianco un regolo metallico centimetrato poggiato con una estremit\u00e0 sullo stesso tavolo su cui poggia la caraffa e lo tento verticale e immobile. Quindi, io collego la bocca della caraffa con il regolo metallico mediante un elemento rigido orizzontale, come una squadra scorrevole, e sulla scala incisa sul regolo leggo 26 centimetri. Se, intendo misurare anche il tappo, anche esso in cristallo e piuttosto significativo, ripeto l\u2019operazione e leggo 34 centimetri. Un tappo di 8 centimetri! La caraffa \u00e8 una caraffa con tappo o no? Lasciamo queste trappole e questi tappi lungo la strada altrimenti non arriviamo mai a destinazione. \u00c8 stato assai facile rendersi conto di come la descrizione verbale dell\u2019operazione di misura si sia fatta piuttosto complessa, anche lessicalmente e non solo sintatticamente, perch\u00e9 sono state introdotte una serie di nuove \u201cidee\u201d: orizzontalit\u00e0, verticalit\u00e0, contatto meccanico, allineamento, immobilit\u00e0, ecc. E, alla fine, sar\u00e0 assai saggio chiudere un occhio sulla scala \u201cincisa in metallo\u201d, altrimenti, davvero, non finiremmo mai a misurare la caraffa e Achille non superer\u00e0 mai la tartaruga. E, Zenone, ne sar\u00e0 contento.<\/p>\n<p>Non vorrei insistere sulla macchinosit\u00e0 del processo di misurazione dimensionale di oggetti fisici ben definiti e non in moto rispetto al \u201csistema di riferimento\u201d cui appartiene il sistema di misura. Ne abbiamo abbastanza di difficolt\u00e0 per complicarci ulteriormente la vita. Il nostro scopo \u00e8 di individuare, almeno. il problema sulla dimensione delle immagini. Come visto prima si pu\u00f2, con una certa ragionevolezza, stabilire un confine classificatorio tra \u201cimmagini\u201d e \u201cfigure\u201d. Le figure, tutto sommato, sono degli oggetti e, da questo punto di vista misurare una caraffa di cristallo non dovrebbe essere concettualmente differente del misurare la Piet\u00e0 Vaticana scolpita dal giovane Michelangelo. Misurare un ologramma, che dovrebbe forse essere una \u201cfigura\u201d, gi\u00e0 rappresenterebbe un problema non male. Infatti un ologramma, che pure pu\u00f2 rappresentare con estrema chiarezza una caraffa di cristallo o Biancaneve o, proprio, la Piet\u00e0 Vaticana, \u00e8 composto esclusivamente di luce ed \u00e8 visibile sotto particolari condizioni di illuminamento e di direzione di osservazione. Ma stavamo cercando di \u201cmisurare una immagine\u201d ossia \u201cquello che vedo quando, dopo aver chiuso gli occhi, voglio vedere una caraffa, o Biancaneve\u201d. Stiamo tentando di \u201cmisurare\u201d un fatto mentale. \u00c8 possibile, \u00e8 pensabile, \u00e8 legittimo, \u00e8 ragionevole? Ma, soprattutto, serve a qualcosa?<\/p>\n<p>Per rispondere occorre ritornare ad un momento, diciamo ad un periodo tra gli anni 70- 80 in cui questo problema fu intensamente dibattuto e che produsse alcuni straordinari, ma anche stranissimi, risultati sperimentali. Per familiarizzarsi pensiamo ad uno degli esperimenti pi\u00f9 famosi di allora e che, direttamente, ha a che fare con il problema delle dimensioni delle immagini mentali. Un psicologo, cognitivista? mentalista? di nome Stephen Kosslyn, nel 1975 vi invita gentilmente a rispondere ad una sua solerte assistente in camice candido che vi chiede:<\/p>\n<p>\u201cCaro Soggetto, la prego di immaginare uno accanto all\u2019altro un elefante e un coniglietto. Riesce a vedere i baffi del coniglietto?\u201d.<\/p>\n<p>Sembra incredibile che si debba pagare, e anche bene, qualcuno che faccia delle proposte simili, magari in un luogo deputato come un laboratorio scientifico con tanto di camice, computer e tapparelle abbassate per rimuovere la realt\u00e0 e il parcheggio di sotto. Ma le cose sono andate proprio cos\u00ec.<\/p>\n<p>Non so cosa avreste risposto e, poi, si tratta di <em>privacy <\/em>e non abbiamo accesso ai protocolli di laboratorio.<\/p>\n<p>Ma la scienza non si ferma per questo. L\u2019 esperimento continua.<\/p>\n<p>\u201cGrazie, caro Soggetto. La prego, adesso, di immaginare una mosca vicino al coniglietto di prima. Riesce a vederne la sua proboscide?<\/p>\n<p>La psicologa, nel suo camice immacolato, prende nota di qualcosa sul suo computer. Ma, adesso, viene la prova risolutiva, quella da cui, voi pensate, dipender\u00e0 l\u2019assunzione nella <em>Corporation<\/em> dei vostri sogni.<\/p>\n<p>\u201cMolte grazie, caro Soggetto. La prego, adesso, di immaginare un gatto vicino al coniglietto. Vede le vibrisse del gatto?\u201d<\/p>\n<p>Voi rispondete e la psicologa sorride incoraggiante: forse sarete assunto.<\/p>\n<p>Possiamo adesso dimenticare questo <em>cut<\/em> e cercare di capire se il Dott. Stephen Kosslyn fosse un pazzo e la sua associata una creatura pericolosa, o solo una demente delle tante che popolano i nostri sogni in <em>serial<\/em>. O, invece, dei normali ed onesti psicologi che lavorano duro e si guadagnano onestamente il pane. Cosa avevano in mente? Non dimentichiamo che stiamo parlando di \u201cimmagini\u201d e non di \u201cfigure\u201d. Il dato che voi avete consegnato alla psicologa era, molto semplicemente, un \u201ctempo di risposta\u201d. Vi hanno misurato il tempo che intercorreva tra la sua domanda e la vostra risposta: \u201cDottoressa, i baffi, dice?&#8230; ecco adesso vedo bene i baffi del coniglietto!\u201d oppure \u201cAspetti un poco, la proboscide, diceva? Ma, non so\u2026accidenti, eccola\u201d, oppure, nella prova del nove \u201cMa certo! Le vibrisse del gatto le vedo benissimo. Anzi le devo dire che le ho viste subito\u201d.<\/p>\n<p>Sar\u00e0 che, molto probabilmente, la cosa \u00e8 andata cos\u00ec:<\/p>\n<p>Primo caso: Elefante contro Coniglietto tempo di risposta =3.5 sec<\/p>\n<p>Secondo caso: Coniglietto contro Mosca =3.2 sec<\/p>\n<p>Terzo caso: Coniglietto contro Gatto = 1.5 sec.<\/p>\n<p>Avrete facilmente notato la presenza del coniglietto in tutte e tre le prove. \u00c8 sin troppo chiaro che si tratta di una \u201cunit\u00e0 di misura\u201d comune a tutto l\u2019esperimento nel suo complesso.<\/p>\n<p>Assicuro che i dati sono presi di peso dalle pubblicazioni, in particolare quelle di S.Kosslyn e all del 1983 pubblicate sul <em>Journal of Experimental Psychology General, 112 : 287-303<\/em>.<\/p>\n<p>Cosa vogliono dire i dati? L\u2019interpretazione \u00e8 estremamente ingegnosa e intelligente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_283\" aria-describedby=\"caption-attachment-283\" style=\"width: 600px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-283\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/fulvio-caldarelli-per-pot-pierantoni-1200.jpg\" alt=\"\" width=\"600\" height=\"465\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/fulvio-caldarelli-per-pot-pierantoni-1200.jpg 1200w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/fulvio-caldarelli-per-pot-pierantoni-1200-300x233.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/fulvio-caldarelli-per-pot-pierantoni-1200-768x596.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-283\" class=\"wp-caption-text\">Sketches, Fulvio Caldarelli<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Immaginiamo di star vedendo una figura con un elefante e un coniglietto vicini tra loro. Se ci chiedono di vedere il dettaglio dei baffi del coniglietto dobbiamo avvicinarci, guardar meglio, magari ingrandire l\u2019immagine o eseguire una serie di azioni ognuna delle quali impegna un certo tempo per essere completata. Adesso ci fanno vedere un bel dipinto di un coniglietto, magari lo stesso di prima, con vicina una mosca. E ci chiedono: \u201c E, la proboscide della mosca, la vede bene?\u201d Ancora una volta indaghiamo con attenzione, usiamo una lente d\u2019ingrandimento, controlliamo\u2026 ecco la proboscide ma anche gli occhi sfaccettati, un dettaglio dei peli delle zampe, ecc. Prima di vedere questi dettagli ci mettiamo un bel po\u2019 di tempo. Ma, al terzo caso, nel quale ci viene presentato un bel quadretto, magari una fotografia del nostro vecchio amico coniglietto e di un bel gatto le sue vibrisse le vediamo subito. Non abbiamo bisogno di ingrandimenti, di avvicinarsi, di isolare zona specifiche della \u201cfigura\u201d. Questo esperimento, che all\u2019inizio appariva un po\u2019 ridicolo e quasi insensato, ci ha mostrato che le immagini sembrano condividere alcuni elementi in comunione con le figure. Un elemento almeno sembra proprio comportarsi in modo analogo: la dimensione spaziale. \u00c8 pi\u00f9 che ovvio che questo esperimento appartiene a molte serie di procedure, con molte centinaia di casi, arricchite di variabili incrociate, di statistiche anche molto severe, e che segnano lunghi anni di ricerca. La scuola di Stephen Kosslyn ha indicato una via per lo studio della dimensione delle immagini mentali e ha suggerito il concetto generale che esse si \u201ccomportino\u201d come le immagini tratte dal mondo reale attraverso i \u201clegali\u201d organi di senso: ossia il complesso visivo. Pu\u00f2 essere veramente affascinante osservare come la variabile misurata, l\u2019unica possibile dopo tutto, sia un tempo e non una distanza. Il tempo, ossia il tempo di risposta, potrebbe essere analogo al \u201ctempo macchina\u201d di un processo di riconoscimento da parte di una banca dati. Ma di queste analogie non parleremo. Passiamo, piuttosto, ad un altro assai significativo esperimento, anche questo quasi dello stesso tempo, il 1971, forse ancora pi\u00f9 impressionante e fertile di risultati.<\/p>\n<p>Adesso, lo psicologo si chiama Roger Shepard. Vi viene mostrata una figura, questa volta. Un disegno geometrico che rappresenta molto chiaramente un solido sospeso nello spazio e composto di tre bracci di eguale lunghezza, ciascuno ad angolo retto con il precedente. Il disegno \u00e8, per le nostre convenzioni occidentali con cui noi rappresentiamo oggetti tridimensionali, assolutamente inequivocabile. Adesso ci si chiede di \u201cruotarlo nella nostra mente\u201d sino a fargli assumere una posizione definita e finale. La \u201crotazione mentale\u201d pu\u00f2 essere eseguita ad occhi chiusi, aperti , e sotto tutta una variet\u00e0 di variabili assai ben controllate. Al momento in cui il solido \u00e8 \u201carrivato\u201d nella posizione finale richiestaci e da noi decisa, pigiamo un bottone. I risultati furono spettacolari e tuttora sono alla base del capitolo \u201c<em>Mental Rotation\u201d<\/em> di ogni manuale di percezione visiva. La bellezza del semplice esperimento, la correttezza dei dati, la assoluta ripetibilit\u00e0 per culture, razze, gruppi etnici e linguistici anche remotissimi tra loro, sono state infinitamente riconfermate ed appartengono, ormai, ai dati di base elementare per lo studio delle \u201cimmagini\u201d. Dai dati si trae una interessante informazione: la velocit\u00e0 della \u201crotazione mentale\u201d \u00e8 di circa 60 gradi al secondo. Ancora una volta, un elemento dimensionale costituito dalla messa in paragone di una \u201cfigura\u201d iniziale e da una \u201cimmagine\u201d finale si \u00e8 trasformata in tempo. Angoli in secondi, in questo caso. La bellezza dell\u2019esperimento di Shepard \u00e8 che, deliberatamente, utilizza un dato fisico, esterno, ecologico, un segno su di un substrato, una \u201cfigura\u201d contro una \u201cimmagine\u201d mentale: la nostra interna, privatissima, silenziosa \u201cimmagine \u201cdel solido ruotato e fatto fermare alla posizione prestabilita. Il valore della velocit\u00e0 di rotazione, circa 60 gradi al secondo, come potete facilmente immaginare, gioca di per s\u00e9 un ruolo estremamente importante. Ma, qui la cosa si inoltra in un campo assai specifico e molto tecnico e ci giova, per concludere, tornare indietro. Magari di moltissimi anni. E sfiorare, ma silenziosamente per non destarci, il mondo dei sogni.<\/p>\n<p>\u00c8 buona pratica ricordare che il secolo passato \u00e8 iniziato, anche, con il \u201c<em>Die Traumdeutung\u201d<\/em>, \u201cL\u2019interpretazione dei sogni\u201d, di Sigmund Freud. Magari la cronologia esatta \u00e8 diversa perch\u00e9 il libro fu stampato ancora nel 1899 da parte dell\u2019editore Franz Deuticke. Ma, poich\u00e9 passiamo da quelle parti una osservazione \u201claterale\u201d non ci starebbe male. Nell\u2019edizione dell\u2019anno 1932- IX della Enciclopedia Treccani la voce \u201cFreud\u201d \u00e8 di 30 righe, la voce \u201cFrescobaldi Gerolamo\u201d di 300 righe e la voce \u201cFresa\u201d di 250 righe. Mentre nella Piccola Treccani del 1995 \u201cFreud \u201ctotalizza 320 righe, il povero \u201cFrescobaldi Gerolamo\u201d si vede ridotto a solo 65 e la \u201cFresa\u201d arriva malamente a 100 righe.<\/p>\n<p>\u201c<em>Sicut transit Gloria Mundi\u201d<\/em>.<\/p>\n<p>Ma torniamo ai sogni, e in fretta, poich\u00e9 il risveglio sta divenendo prossimo. Naturalmente non \u00e8 il caso di ricordare il quadro interpretativo del sogno nella \u201cinterpretazione\u201d del Freud di allora e che ha subito e continua a subire intensi e giustificati attacchi. Quello che, qui, potrebbe interessare \u00e8 un sospetto sugli aspetti dimensionali e temporali del sogno.<\/p>\n<p>Se il sogno \u00e8 produzione schiettamente e unicamente endogena della corteccia visiva, in cooperazione, ovviamente, con tutti gli altri distretti cerebrali, non possiamo evitare la questione: quanto costa, in termini energetici o metabolici, un buon sogno di qualche decina di secondi? In accordo alle nostre modestissime definizioni, il sogno deve ricadere nella classe delle \u201cimmagini\u201d e non, certo, in quella delle \u201cfigure\u201d. Secondo Kosslyn, Shepard, Finke e altri psicologi le \u201cimmagini\u201d avrebbero una natura percettivo-ottica, ossia si \u201ccomporterebbero\u201d come se alla loro origine ci fossero delle cose o delle \u201cfigure\u201d. Naturalmente, le retine del dormiente non stanno trasferendo dati alle cortecce perch\u00e9 su di esse non si stanno proiettando \u201cimmagini ottiche\u201d di oggetti fisici. Quindi, quello che \u201cvediamo\u201d nei sogni \u00e8 di natura immediatamente endogena. L\u2019origine di natura mnemonica, associativa, evocativa, ecc \u00e8 ovvia e banale e deve essere integrata nell\u2019interpretazione, anche non psicanalitica, del sogno in atto. Ma restano dei problemi. Un sogno a colori, con molti eventi, di una durata anche breve, popolato di \u201cimmagini\u201d in movimento, di forme, individui anche ben riconoscibili e quindi evocabili al momento del risveglio, deve poter contare su una sorgente di energia molto significativa. In termini di bit\/sec ci si dovrebbe trovare in presenza di un \u201cfile d\u2019immagine\u201d enormemente pesante ma anche \u201cscaricato\u201d in tempi brevissimi. Da dove proviene lo <em>stream <\/em>, in che codice \u00e8 scritto, dove \u00e8 \u201cscritto\u201d, fisicamente, il programma, quanto costa in termini di posizioni di memoria occupata, sono presenti forme di compressione dei dati, lo \u201cschermo\u201d viene \u201crinfrescato\u201d ogni quanti decimi o centesimi di secondo, esiste un meccanismo di <em>reply,<\/em> dove vengono memorizzati i dati alla fine del sogno ? ecc.<\/p>\n<p>Naturalmente, questa non \u00e8 una ingenua speranza che le procedure in uso nella informatica d\u2019immagine possano essere travasate semplicemente e felicemente in questo campo o problema. Non si potrebbe essere pi\u00f9 superficiali e rozzi di cos\u00ec. Ma resta il problema. Circa venti anni fa, per\u00f2, Sir. Francis Henry Compton Crick,, il co-autore della decifrazione del codice del DNA nel 1962 assieme a J.D. Watson e M. F. H. Wilkins, cre\u00f2 nel Sud della California un Istituto per le Neuroscienze. Un lavoro, firmato proprio da Crick mi interess\u00f2 assai, allora. Si trattava di uno stranissimo articolo, assai pi\u00f9 teorico che sperimentale, in cui l\u2019ex Premio Nobel insisteva nel ritenere i sogni come una sorta di procedura di cancellazione stocastica, semi-automatica, delle \u201cmemorie parassite\u201d che, secondo Crick avrebbero finito per paralizzare l\u2019attivit\u00e0 cerebrale conscia , continua e necessariamente efficiente dello stato di veglia. Non sono in grado di indicare, in questo momento i riferimenti bibliografici del lungo articolo. Ma esso apparve su \u201cScience\u201d nel 1990. Non ho nessuna intenzione n\u00e9 competenza per \u201cgiudicare\u201d il lavoro teorico di Sir. Francis Crick, naturalmente e questa idea della \u201ccancellazione delle memorie parassite\u201d ha decisamente qualcosa di freudiano anche se rivestita da panni attinenti alle Neuroscienze e alla allora albeggiante informatica. Ma si trattava di un buon passo nella direzione di individuare nei processi onirici almeno alcuni elementi abbordabili con le armi quasi attuali delle scienze informatiche. Quindi estendere il concetto di dimensione, di distanza, di apparenza visibile, di <em>lay out<\/em>, di competizione figura-sfondo, di colore addirittura, alle attivit\u00e0 schiettamente oniriche come sotto-famiglia del processo di \u201cimmaginazione\u201d. Potrebbe, addirittura, accadere che queste introduzioni un po\u2019 meccaniche, tecniche e di ascendenza puramente computazionale possano, alla fine, essere inserite con successo persino entro un classico schema freudiano.<\/p>\n<p>Un ultimo \u201ccodicillo\u201d prima di lasciare definitivamente l\u2019argomento ma senza il quale il quale la presentazione delle esperienze di Kosslyn, Shepard, Finke e compagni sarebbe troppo unilaterale and ingiusta. Si tratta del povero Zenon Pylyshyn, un nome che \u00e8 sempre meglio copiare letteralmente pi\u00f9 che citare, rischiosamente, a memoria e sulla base della sola \u201cimmagine\u201d. Ho scritto \u201cpovero\u201d con ammirazione e partecipazione ma anche indicando la definitiva vittoria dei \u201cperfezionisti-ottici\u201d nella controversia che ha infuriato per tutto il decennio 1970-1980 e che si \u00e8 conclusa, per il momento, con la vittoria di costoro e la sconfitta del \u201cpovero Zenone\u201d.<\/p>\n<p>In breve, e come abbiamo veduto, i dati sperimentali sembravano indicare con insistenza che le \u201cimmagini mentali\u201d fossero una sorta di copia analogica di quelle che si vengono a generare, e ancora non sappiamo bene come, nelle cortecce visive in conseguenza dei segnali riversati dalle retine, via il Corpo Genicolato Laterale, su di esse. Il dottor Pylyshyn \u00e8 filosofo, linguista, logico al contrario dei competitori che erano, sostanzialmente, fisiologi, psico-fisiologi, psicologi <em>tout court<\/em>. E da filosofo dice la sua, che non era poi, cos\u00ec male. La vividezza delle immagini mentali, la loro ottima e spesso coerente organizzazione spaziale, la loro evocabilit\u00e0 a richiesta, la stessa precisa e misurabile rotazione mentale non derivano queste loro caratteristiche incontrovertibili (e sino ad un certo punto secondo il filosofo che non aveva poi tutti i torti) da una base fisiologico-percettiva. Non era il ripetersi, in ambiente interno, di una procedura utilizzata sino allora e soltanto per il <em>processing<\/em> dei dati di origine visiva e quindi ecologica. Non era il processo parallelo su di un altro, non individuato, canale di dati originati in sostanza da una grandissima banca dati di origine ottico-percettiva. No! Si trattava di costruzioni di origine squisitamente linguistica. Le \u201cimmagini\u201d erano la conseguenza di una elaborazione di dati astratti provenienti da banche dati di tipo nominale, \u201cnumerico\u201d, ma soprattutto \u201cpro-posizionale\u201d. L\u2019ultima parola non \u00e8 italiana, ovviamente, ma indica che la vera natura del processo costruttivo della \u201cimmagine menale\u201d \u00e8 di tipo linguistico comunicativo, lo stesso che sta alla base della costruzione del discorso vero e proprio. E, seguendo il quale si giunge alla costruzione delle \u201cpro-posizioni\u201d. Quindi l\u2019accostamento tra Elefante e Coniglietto non sarebbe quello tra due \u201cfigure\u201d che finiscono per generare una \u201cimmagine mentale\u201d ma quello tra due \u201cparole\u201d o meglio due \u201cconfigurazioni linguistiche\u201d. Il tempo di risposta che aumenta con la differenza dimensionale tra le due \u201cimmagini\u201d altro non sarebbe che il tempo di consultazione di una banca dati incrociata in cui sono presenti i nomi degli animali ma anche le loro dimensioni relative, i dettagli del loro corpo. Tanto pi\u00f9 diverse le <em>entries<\/em> tanto pi\u00f9 lungo il tempo di consultazione. Non \u00e8 il caso di listare qui tutte le contro-offensive sperimentali dei perfezionisti-ottici e il loro convincimento di avere evitato, in tutte le procedure sperimentali, il pericolo del \u201cdizionario enciclopedico neurale\u201d. Ufficialmente e ufficiosamente, al momento, i Kosslyn, Shepard ecc hanno vinto e stravinto. Dicono. Di Zenone non so nulla: forse sta inseguendo, ancora, la sua tartaruga.<\/p>\n<p>Coraggio: Maestra Carla Fracci! la Piccola Treccani le dedica nel 1995 esattamente lo stesso numero di righe che la Grande Treccani dedicava, nel 1932 a Sigmund Freud: solo 30. Forse nella \u201cPiccolissima Treccani\u201d del 2070 Lei avr\u00e0 conquistato 300 righe. Per il momento sia lui che Lei siete onorati con una fotografia che mostra la vostra reciproca \u201cimmagine\u201d. Lei, bellissima, misteriosamente sospesa sulle punte nella sua <em>Giselle <\/em>durante il Festival dei Due Mondi a Spoleto nel 1980. Lui, le spalle di profilo il volto di fronte, gli occhi che scrutano nel fondo di chiss\u00e0 quali pozzi perduti della coscienza umana: la morte a due passi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<hr \/>\n<p><span style=\"color: #00ccff;\">[english] <\/span><\/p>\n<p>(from NB. Issue 0, Year I &#8211; october 2009 &#8211; january 2010)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>There is a very basic variable which is always intervening in our perception of the world: the physical extension of objects. Should we call this variable, in more familiar terms, \u2018greatness\u2019 , we are not risking too much, but it is already rather strange that the chosen Italian word &#8211; but this happens in other languages too &#8211; is \u2018greatness\u2019 and not \u2018smallness\u2019. And vice versa. But not always symmetrically. And this occurs even if our corporal dimensions do not alter between the first and the second perceptive experience, with the same object in two different contexts. A series of environmental conditions intervenes immediately to complicate the issue. Variables like distance, limited visibility, mutual movement, the luminous contrast with the background, the spatial context, the presence or absence of a recognisable horizon as such, everything interferes with judgement, which one would have liked to be simple and \u2018pure\u2019. Thus, if we take account &#8211; and how can we not? &#8211; of the rest of the world, the two categories seem confounded and are situated in an alarming continuity or even, inseparable, one from the other. <\/em><\/p>\n<p><em>In this very preliminary phase it would be of use to introduce a second linguistic level and should we not establish it, we will end up creating other \u2018paradoxes of Zeno\u2019 which would hinder (facilitate?) our itinerary. This second level has to do with the difference between things and their representations. i.e., between the crystal jug on my table and a \u2018representation\u2019 of it. For example a photograph, a painting, an engraving, a simulation in Auto-Cad, a photogram, a JPG thumbnail, which \u2018represents\u2019 the crystal jug. All these representations will have a common feature; looking at them, we will recognise in them the jug. Titus Lucretius Carus would be satisfied with this. More than two thousand years later we use a concept which is a basis for his De Rerum Natura, the idea of eidola. An \u2018eidolon\u2019 is a sort of copy of an object, the same as the original, which perhaps shares its dimensions. The nature, the form, the consistency the movements of these \u2018eidola\u2019 clearly suggest certain structural characteristics of that which, now, we call \u2018images\u2019. Let us try, once more, to simplify the glossary: \u2018figures\u2019 will be the physical representations of an object, \u2018images\u2019, the mental representations of an object. It is clear that this \u2018figure\u2019 of ours is analogous to the English \u2018pictures\u2019 whereas \u2018immagini\u2019 is rather close to the word \u2018images\u2019. <\/em><\/p>\n<p><em>To go on with the example: an oil painting on canvass or a photograph, but also a row of images which generates the jug on a screen, will be a \u2018figure\u2019, a \u2018picture\u2019 of that specific object. That which I \u2018see\u2019 if I close my eyes and imagine the jug is an \u2018image\u2019. Let us return to the physical dimensions of objects. The jug is measurable with a ruler. For example, I put beside it a metal ruler placed on one end of the same table the jug is on and I leave it vertical and immobile. Then I connect the mouth of the jug and the metal ruler by means of a rigid horizontal element, like a set square, and on the scale cut into the ruler I read 26 centimetres.<br \/>\nIf I wish to measure the cork too, this too in crystal, and rather significant, I repeat the operation and read 34 centimetres. A cork of 8 centimetres! <\/em><\/p>\n<p><em>Is the jug a jug with a cork or not? Let us leave these traps and these corks by the way otherwise we will never get to our destination.<br \/>\nIt was rather easy to realise how the verbal description of the operation of measurement got to be rather complex, also lexically and not only syntactically because a series of new \u2018ideas\u2019 were introduced: horizontality, verticality, mechanical contact, alignment, immobility, etc. And, in the end, it will be rather wise to turn a blind eye to the scale \u2018cut into metal\u2019, otherwise, really, we will never be able to measure the jug and Achilles will never overtake the tortoise. And Zeno will be happy. <\/em><\/p>\n<p><em>Our intention is to single out at least the problem of the dimension of the images. As we saw before, we can, reasonably, establish a classificatory border between \u2018images\u2019 and \u2018figures\u2019. Figures, more or less, are objects and from this point of view measuring a crystal jug should be no different, conceptually, to measuring the Pieta\u0300 Vaticana sculpted by a young Michelangelo. Measuring a hologram, which should perhaps be a \u2018figure\u2019, is already quite a problem. Actually a hologram, which can still represent with extreme clarity a crystal jug or Snow White or indeed the Pieta\u0300 Vaticana is make up exclusively of light and is visible in particular lighting conditions and an observation direction. But we were trying to \u2018measure an image\u2019 or that which I see after I have closed my eyes &#8211; I want to see a jug or Snow White. We are attempting to \u2018measure\u2019 a mental fact. Is this possible , thinkable, legitimate, reasonable? But above all, Is it worth it? <\/em><\/p>\n<p><em>To answer this question, we have to go back a moment to a period between the 1970s and \u201880s in which this issue was being intensely debated and which produced certain extraordinary but also very strange experimental results. To familiarise ourselves with one of the most famous experiments of the time which bears directly upon the problem of the dimensions of mental Images. A psychologist, cognitivist?, mentalist? named Stephen Kosslyn in 1975 politely invites you to respond to a diligent assistant of his dressed in a candid white shirt who asks you: \u201cDear Subject, try to imagine an elephant next to a small rabbit. Are you able to see the rabbit\u2019s whiskers? The experiment goes on. <\/em><\/p>\n<p><em>\u201cThank you dear Subject. Please now would you imagine a cat next to the rabbit. Can you see the cat\u2019s vibrissae?\u201d<br \/>\nThe Information you have given psychology was very simply an \u2018answer time\u2019. They measured the time which passed between the question and your answer: \u201cDoctor, the whiskers you say? &#8230;now I see the rabbit\u2019s whiskers well!\u201d or \u201cWait a moment, the trunk you said? I don\u2019t know&#8230;damn, there it is\u201d, or in the litmus test \u201cYes, surely! the cat\u2019s vibrissae I can see them perfectly well.<br \/>\nActually, I must say, I saw them immediately\u201d.<br \/>\nProbably what happened was this: First case: Elephant versus Rabbit, answer time = 3.5 secs<br \/>\nSecond case: Rabbit versus Fly = 3.2 secs<br \/>\nThird case: Rabbit versus Cat = 1.5 secs<br \/>\nYou will surely have noticed the presence of the rabbit in all three of the trials. It is obvious that we are dealing with a \u2018measuring unit\u2019 common to the experiment as a whole.<br \/>\nWhat is this data telling us? The interpretation is extremely ingenious and intelligent. Imagine we are looking at a figure with an elephant and a small rabbit next to it. If they ask us to look for the detail of the whiskers we have to get nearer, look harder, perhaps enlarge the image or carry out a series of actions, each of which takes up a certain amount of time. Now they let us see a nice painting of a rabbit, perhaps the same as before, next to a fly. And they ask us: \u201cAnd the proboscis of the fly, can you see it clearly?\u201d Once more, we look carefully, we use a magnifying lens, we check&#8230;there is the proboscis but also the multi-faceted eyes, a detail of the hairs on the legs, etc. Before seeing these details we take some time. But in the third case, we are presented with a nice picture, perhaps a photograph of our old friend the rabbit and a nice cat whose vibrissae we see immediately. We don\u2019t need enlargements, or to get closer, to isolate particular areas of the \u2018figure\u2019. This experiment, which at first seemed a little ridiculous, practically senseless, shows us that images seem to share certain elements in common with figures. One element at least seems indeed to behave in analogous fashion: the spatial dimension. Now the psychologist is Roger Shepard. This time you are shown a figure. A geometric design which clearly represents a solid suspended in space and made up of three arms of an equal length, each at right angles to the previous one. The design follows our western conventions according to which we represent to ourselves three-dimensional objects &#8211; absolutely unequivocal. Now we are asked to \u2018rotate it in our minds\u2019 to the extent that we make it assume a definite, final position. The \u2018mental rotation\u2019 can be carried out with our eyes closed, and with a variety of rather well controlled variables. At the moment in which the solid has \u2018arrived\u2019 at the final position asked of us and decided by us, we press a button.<br \/>\nThe results were incredible and are still the basis of the chapter Mental Rotation of every handbook of visual perception. Once more, a dimensional element made up of the comparison of an initial \u2018figure\u2019 and a final \u2018image\u2019 is transformed into time. Angles into seconds in this case. The beauty behind Shepard\u2019s experiment is that, deliberately, he uses physical, external, ecological data, a sign on a substratum, a \u2018figure\u2019 versus a mental \u2018image\u2019: our internal, very private, silent \u2018image\u2019 of the rotated solid made to stop in the pre-established position. The level of the speed of rotation, about 60 degrees per second as you may easily imagine, plays in itself an extremely important role. But here the thing is forwarded to a rather specific and very technical field and it helps, to conclude, to go back. Perhaps many years back. And silently touch upon &#8211; so as not to awaken ourselves &#8211; the world of dreams. <\/em><\/p>\n<p><em>It is useful to recall that the last century also began with Die Traumdeutung, The Interpretation of Dreams by Sigmund Freud. Perhaps the exact chronology is different because the book was printed in 1899 by the editor Franz Deuticke. But since we are going that way, a \u2018lateral\u2019 observation wouldn\u2019t be a bad idea. In the 1932 edition &#8211; IX of the Enciclopedia Treccani the heading \u2018Freud\u2019 is 30 lines, the heading \u2018Frescobaldi Gerolamo\u2019 is 300 lines and the heading \u2018Fresa\u2019, 250 lines. While in the 1995 Piccola Treccani \u2018Freud\u2019 gets 320 lines &#8211; poor \u2018Frescobaldi Gerolamo\u2019 goes down to only 65 and \u2018Fresa\u2019 only just gets 100 lines. Sciut transit Gloria Mundi. <\/em><\/p>\n<p><em>But let\u2019s get back to dreams, and we should hurry because the reawakening is upon us. Obviously we should recall the interpretative outline of the dream In Freud\u2019s \u2018Interpretation\u2019 at the time and which underwent and continues to undergo intense and justified assault. That which might interest us here is a suspicion about the dimensional and temporal aspects of the dream. If the dream is a bluntly and uniquely endogenous product of the visual cortex, cooperating, obviously with all the other cerebral zones, we cannot avoid the question: how much in terms of energy or metabolism does a good ten-second dream cost? In accordance with our very modest definitions, the dream has to fall within the range of \u2018images\u2019 and certainly not that of \u2018figures\u2019. According to Kosslyn, Shepard, Finke and other psychologists \u2018images\u2019 have a perceptive-optical nature, or they \u2018behave\u2019 as if at their origins there were things or \u2018figures\u2019. <\/em><\/p>\n<p><em>Obviously the retina of the sleeper is not transferring data to the cortex because \u2018optical images\u2019 are not projecting physical objects on to them.Thus, what we \u2018see\u2019 in dreams is by definition immediately endogenous. That the origin is of a mnemonic, associative, evocative, etc. nature is obvious, trite even, and has to be integrated in the interpretation, non-analytical too, of the dream going on. But problems remain. A dream in colour, with many events, of even a short duration, populated with \u2018images\u2019 in movement, forms, individuals, even those most recognisable and thus evocable at the moment of waking up, has to be able to count on a very significant source of energy. In terms of bit\/sec we should find ourselves in the presence of \u2018rows of images\u2019 which are terribly heavy but also \u2018downloaded\u2019 in very short times.<br \/>\nWhere does the stream come from, what code is it written in, where is it \u2018written\u2019 physically, the programme, how much does it cost in terms of positions of memory taken up, are forms of data compression present, is the \u2018screen\u2019 \u2018refreshed\u2019 every how many tenths or hundredths of a second, does there exist a reply mechanism, where are the data memorised at the end of the dream? etc. Obviously this is not a nai\u0308ve hope &#8211; that the procedures of use, in informatics, of the image can be transferred simply and happily into this field or issue. Nothing could be more superficial or vulgar. But the problem remains. However, about twenty years ago Sir Francis Henry Compton Crick , the co-author of the decyphering of the DNA code in 1962, together with J.D. Watson and M. F. H. Wilkins, established an Institite for Neurosciences in southern California. One work, signed indeed by Crick, was of great interest to me at the time. It was a very strange article, rather more theoretical than experimental in which the Nobel prizewinner insisted on maintaining that dreams as a sort of procedure of stochastic, semi-automatic deletion of \u2018parassitic memories\u2019 has definitely got something Freudian about it, if seen in the guise of neurosciences and what was then a dawning information science.<br \/>\nOne last codicil before we leave this argument definitely but without which the presentation of Kossyln\u2019s, Shepard\u2019s, Finke\u2019s and friends\u2019 experiences would be unilateral and unfair. We have poor Zenon Pylyshyn, a name it is always better to copy literally rather than quote, from memory and on the basis of just the \u2018image\u2019. I have written \u2018poor\u2019 with admiration and participation but also indicating the definitive victory of the \u2018perfectionist- opticists\u2019 in the controversy which flared during the 1970s and which has finished, for the moment with their victory and the defeat of \u2018poor Zenone\u2019. In short, and as we have seen, the experimental data seemed to indicate insistently that the \u2018mental images\u2019 were a sort of analogical copy of those which come to be generated and we still do not know very well how, in the visual cortex, as a result of the signals transferred by the retina, via the lateral geniculate body on to them.<br \/>\nDoctor Pylyshyn is a philosopher, linguist, logician, as opposed to his opponents who were basically physiologists, psycho- physiologists, pyschologists tout court. And as a philosopher, he said what he thought, which was not actually so bad. The vividness of the mental images, their excellent and often coherent spatial organisation, their evocability on request, the precise and measurable mental rotation itself, do not derive these incontrovertible characteristics of theirs (and up to a certain point the philosopher, who was not actually mistaken entirely) from a physiological-perceptive origin. It was not the repetition, in an internal environment, of a procedure used up to then and only for the processing of data of a visual and thus ecological origin. It was not the process, parallel to another, not singled out, a channel of data which originated basically in a vast data bank of an optical-perceptive origin. No! They were constructions of a decidedly linguistic nature. <\/em><\/p>\n<p><em>The \u2018images\u2019 were the consequence of an elaboration of abstract data coming from nominal-type, \u2018numerical\u2019, but above all \u2018pro- positional\u2019 data banks.<br \/>\nThe final word is not Italian, obviously, but indicates that the true nature of the constructive processes of the \u2018mental Image\u2019 is of a comunicative-linguistic type, the same which is the basis of the construction of the discourse itself. <\/em><\/p>\n<p><em>And, following which we arrive at the construction of the \u2018pro- positions\u2019. Therefore, the pairing of Elephant and Rabbit is not that between two \u2018figures\u2019 which end up generating a \u2018mental image\u2019 but that between two \u2018words\u2019 or rather two \u2018linguistic configurations\u2019. <\/em><\/p>\n<p><em>The answer time which increases with the dimensional difference between the two \u2018images\u2019 is nothing other than the time of consultation of a reciprocated data bank in which are present the names of the animals but also their relative dimensions, the details of their body. The longer the entries the longer the time of consultation. <\/em><\/p>\n<p><em>Courage, Maestra Carla Fracci! in 1995 the Piccola Treccani dedicated to her exactly the same number of lines that the Grande Treccani dedicated to Sigmund Freud in 1932: only 30. Perhaps in the Piccolissima Treccani in 2070 you will have conquered 300 lines. <\/em><\/p>\n<p><em>For the moment both of you will be honoured with a photograph showing your mutual \u2018image\u2019. You, beautiful, mysteriously suspended on your toes in your Giselle during the Festival dei Due Mondi in Spoleto in 1980. You, in profile, the face frontal, the eyes scrutinising the depths of who knows which lost pools of the human consciousness: death two feet away.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La casualit\u00e0 delle forme e la necessit\u00e0 dell\u2019immaginazione.<\/p>\n","protected":false},"author":13,"featured_media":282,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[48],"tags":[9,14,22,33,37,49,101],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/281"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/users\/13"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=281"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/281\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":672,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/281\/revisions\/672"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/media\/282"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=281"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=281"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=281"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}