{"id":254,"date":"2020-04-16T11:32:52","date_gmt":"2020-04-16T09:32:52","guid":{"rendered":"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/?p=254"},"modified":"2020-06-18T19:35:29","modified_gmt":"2020-06-18T17:35:29","slug":"le-prospettive-critiche-di-dorfles-in-architettura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/le-prospettive-critiche-di-dorfles-in-architettura\/","title":{"rendered":"Le prospettive critiche di Dorfles in architettura"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019architetto di fama mondiale, allievo di Le Corbusier, ripercorre un secolo di critica che ha per protagonista Gillo Dorfles.<\/p>\n<p><em>Intervento raccolto in occasione dei talk \u201cParola critica\u201d (Museo MACRO, Roma &#8211; febbraio 2016) organizzati dal Centro interdisciplinare di ricerca sul paesaggio contemporaneo<\/em><\/p>\n<p><em>nell\u2019ambito della mostra antologica Gillo Dorfles. Essere nel tempo (Museo MACRO, Roma | 27.11.2015 \u2013 17.4.2016)<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00c8 raro trovare un personaggio come Dorfles che ha attraversato e vissuto, in tempo reale e in prima persona, praticamente tre generazioni: ci\u00f2 gli permette uno sguardo disincantato, uno sguardo al di l\u00e0 delle mode culturali, al di l\u00e0 delle passioni ideologiche che possono aver alimentato i differenti momenti. La cosa impressionante \u00e8 che si rivivono i differenti innamoramenti che la cultura artistica ha avuto nei secoli, ma in una forma quasi un po\u2019 distaccata, poich\u00e9 non vi \u00e8 mai una partecipazione cos\u00ec accalorata; Dorfles fa costantemente riferimento alla realt\u00e0 e non ai miti che talvolta, invece, la critica costruisce.<\/p>\n<p>Vi \u00e8, fin dall\u2019inizio, questa sua passione per la multiculturalit\u00e0 o, se vogliamo, per la transdisciplinariet\u00e0 che \u2013 da Terragni a Sant\u2019Elia, da Tafuri a Kenneth Frampton, fino alla critica contemporanea dell\u2019architettura \u2013 \u00e8 ancora per Dorfles una chiave di interpretazione di grandissima attualit\u00e0.<\/p>\n<p>Di recente Dorfles \u00e8 venuto all\u2019Accademia di Mendrisio per dare un suo punto di vista su una pubblicazione dedicata ad Angelo Mangiarotti dalla nostra scuola. La cosa sorprendente \u00e8 stata che lui parlava al presente! Ed \u00e8 anche questa la forza di un testimone diretto delle trasformazioni di cui parla.<\/p>\n<p>Credo che la sua lettura sia profetica perch\u00e9 tocca temi presenti ancora oggi nel dibattito architettonico. Nel 1930, a vent\u2019anni, scrive \u201c<em>Preoccupazioni architettoniche attuali<\/em>\u201d: ottantacinque anni fa quest\u2019uomo gi\u00e0 scriveva riflessioni sul fatto architettonico. Sosteneva cose interessanti e sorprendenti per quell\u2019epoca, ma anche per oggi: \u201cL\u2019architettura \u00e8 il prodotto dell\u2019evoluzione della pittura d\u2019avanguardia.\u201d Cio\u00e8 non lega il fatto architettonico a una disciplina propria \u2013 come quella che la storia dell\u2019architettura aveva via via maturato \u2013 ma, al contrario, afferma che le avanguardie artistiche sono la matrice operativa del fatto architettonico. In altre parole, scrive che il fatto architettonico non \u00e8 vero che si regge sull\u2019aspetto tecnico, funzionale, distributivo \u2013 quindi disciplinare \u2013 del costruire, ma trova la sua ragione pi\u00f9 profonda nello spirito che le avanguardie hanno colto. Dorfles tratta gli architetti immediatamente accanto agli artisti che frequenta \u2013 Le Corbusier accanto a Ozenfant, Arp, El Lissitzky, Jeannert \u2013 in un rapporto dove le arti plastiche diventavano elementi per sorreggere anche la critica dell\u2019architettura. Scrive ancora, citando Le Corbusier, \u201cI pieni e i vuoti costituiscono gli elementi del fatto architettonico\u201d. Gli elementi architetturali non sono le costruzioni ma le relazioni spaziali che le costruzioni determinano col paesaggio, con l\u2019intorno, con il contesto. Qui Dorfles introduce lo spazio-tempo, e non solo dell\u2019oggetto architettonico. Abbiamo dunque una moltiplicazione dei punti di vista dentro l\u2019opera artistica e pittorica che Gillo Dorfles interpreta anche nell\u2019opera architettonica. <em>Le jeu savant\u00a0correct et\u00a0magnifique des volumes\u00a0assembl\u00e9s\u00a0sous la lumi\u00e8re<\/em> di Le Corbusier diventano una chiave di lettura non pi\u00f9 del manufatto architettonico, ma delle relazioni spaziali che vengono a stabilirsi. Quindi la spazialit\u00e0 plastica dell\u2019architettura razionale introduce quello che sembrava un paradigma fisso di una razionalizzazione degli spazi della composizione architettonica e poi, nel processo di produzione cos\u00ec razionale, introduce l\u2019elemento della dissonanza, della rottura. \u00c8 allora chiaro che, quando da noi a Mendrisio, Dorfles diceva \u201cAttenzione, che Mangiarotti era gi\u00e0 il pi\u00f9 barocco degli architetti\u2026\u201d intendeva che era colui che, gi\u00e0 negli anni Cinquanta, rompeva il razionalismo rigoroso dello studio BBPR.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_256\" aria-describedby=\"caption-attachment-256\" style=\"width: 600px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-256\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/botta-01.jpg\" alt=\"\" width=\"600\" height=\"337\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/botta-01.jpg 820w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/botta-01-300x169.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/botta-01-768x432.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-256\" class=\"wp-caption-text\">Mario Botta<\/figcaption><\/figure>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Poi altri a due scritti fondamentali: \u201c<em>Spazialit\u00e0 e plastica nell\u2019architettura moderna<\/em>\u201d (1946) e \u201c<em>Barocco nell\u2019architettura moderna<\/em>\u201d (1951): l\u2019architettura come banco di prova per le nuove letture semantiche. Rapporto dei segni, dei significati, che non possono pi\u00f9 essere quelli tecnici, funzionali, ma che diventano quelli simbolici, metaforici, psicologici con cui si confronta il fruitore.<\/p>\n<p>Un altro aspetto interessante \u00e8 il rapporto che Gillo Dorfles instaura con Rudolf Arnheim che, in America, gli consegna il suo scritto \u201c<em>Arte e percezione visiva<\/em>\u201d che poi Gillo tradurr\u00e0 in italiano, partecipando a pieno titolo come critico nel dibattito semiologico: la percezione del linguaggio architettonico diventa un elemento importante come la percezione del linguaggio artistico.<\/p>\n<p>Arriviamo agli anni Sessanta e al \u201cdisastro\u201d della cultura postmoderna, nata per interpretare al meglio, si diceva, i bisogni dell\u2019uomo del tempo e che poi in realt\u00e0 \u00e8 diventata un cartoon, una caricatura, dei bisogni dell\u2019uomo. Il bisogno di memoria, il bisogno di passato, il bisogno autentico di storia che la cultura in quel momento sentiva, si \u00e8 preferito fosse la caricatura del postmoderno, per poi confondere gli stili con la storia.<\/p>\n<p>Possiamo arrivare quasi ai nostri giorni, quando Dorfles mette in guardia sia la critica che gli operatori sul rischio di tradurre modelli complessi del vivere \u2013 dovuti alla rapidit\u00e0 e alla complessit\u00e0 delle trasformazioni del territorio \u2013 attraverso ricette semplici, come quella del postmoderno.<\/p>\n<p>Interessante la riflessione di Dorfles su aspetti solo apparentemente marginali e che sfuggono al giudizio sommario con cui la cultura moderna ha inglobato tutto il possibile e che toccano, invece, problemi di fondo. Egli si chiede: \u201c\u00c8 possibile oggi un\u2019architettura veramente attuale che sia anche sacra? La costruzione dello spazio sacro pu\u00f2 prescindere dall\u2019apparato simbolico?\u201d. A queste domande risponde in maniera molto onesta: \u201cIo rivendico la sacralit\u00e0 dell\u2019arte in s\u00e9. L\u2019architettura porta con s\u00e9 l\u2019idea del sacro, poich\u00e9 trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura; e una condizione di cultura \u00e8 una condizione di speranza del progetto.\u201d Quindi i temi che restano sul tavolo sono i temi dei significati, al di l\u00e0 della risposta tecnica che motiva il fatto architettonico.<\/p>\n<p>Ci viene chiesto di costruire una casa, un ospedale, una scuola, pretesto un tetto, una protezione ma, evidentemente, questa \u00e8 la domanda tecnica; ma l\u2019architetto deve rispondere anche in altri termini. Nella casa c\u2019\u00e8 l\u2019idea del rifugio, nell\u2019ospedale c\u2019\u00e8 l\u2019idea dell\u2019uomo che si confronta con s\u00e9 stesso e la propria malattia, nell\u2019idea di uno spazio di silenzio e di meditazione c\u2019\u00e8 il bisogno di immensit\u00e0 che sorregge il lavoro stesso dell\u2019architetto.<\/p>\n<p>E poi viviamo la trasformazione del referente. Il referente che esisteva durante il movimento moderno era un uomo colto, un uomo che aveva \u2013 almeno come obiettivo \u2013 uno status sociale avanzato. Nel movimento moderno lavoravamo per una societ\u00e0 migliore, dove la produzione doveva essere all\u2019altezza della richiesta di una casa onesta, per una citt\u00e0 funzionale, per un possibile progresso attraverso l\u2019industrializzazione: elementi che sono andati oggettivamente traditi. La mia generazione ha visto il tradimento continuo degli ideali, degli architetti, degli artisti pi\u00f9 illuminati, che poi sono stati via via trasformati. L\u2019<em>Existenz Minimum<\/em>, nato per rispondere ai bisogni della guerra, \u00e8 stato proposto come <em>Existenz Maximum<\/em> della speculazione edilizia. Tutti quegli standard, quegli slogan, che venivano dati come denominatori minimi per una migliore qualit\u00e0, si sono poi trasformati in connotati massimi di quello che la speculazione \u00e8 riuscita a formulare.<\/p>\n<p>La trasversalit\u00e0 delle discipline, intuita da Dorfles, resta un dato oggettivo.<\/p>\n<p>Nella scuola di architettura di Mendrisio, alla fine dell\u2019anno scolastico non c\u2019\u00e8 professore che non chieda alla direzione di moltiplicare i suoi insegnamenti con aspetti collaterali. Questa \u00e8 una nuova forma di modernit\u00e0 liquida \u2013 come la chiama Bauman \u2013 ma in senso positivo. Scienze che concorrono a completare e \u201cinquinare\u201d quelle che erano le discipline dirette e specifiche del sapere. E queste nuove condizioni, sul quale noi siamo chiamati a dare delle risposte attraverso la rapidit\u00e0 delle trasformazioni, non permettono pi\u00f9 neanche la riflessione progettuale. E l\u2019uomo qualunque \u00e8 il nuovo fruitore al quale noi dobbiamo fare riferimento, il nostro interlocutore.<\/p>\n<p>Ecco, allora, che nei suoi ottantacinque anni di riflessione critica continua, Dorfles \u00e8 stato in un certo senso profetico: pensiamo ai suoi scritti che variano dalle discipline artistiche, al kitsch, all\u2019ambiente, ai profumi, a tutta una serie di elementi collaterali che sono colti da un uomo d\u2019arte, non nello specifico scientifico dei margini di una disciplina, ma a livello di fruizione del paesaggio e, quindi, di aspirazione a una condizione di vita futura. Di fatto, le nuove componenti che dovranno modellare il nostro modo di vivere e le nostre proiezioni, per cercare di dare un po\u2019 pi\u00f9 di gioia di vivere: l\u2019obiettivo per il quale tutti noi lavoriamo.<\/p>\n<p>Nessuno di noi riesce neanche a intuire le trasformazioni che caratterizzeranno non i prossimi decenni, ma i prossimi anni. Le nuove scoperte scientifiche, di cui ogni settimana siamo aggiornati, ci fanno vedere come le chiavi di lettura che noi avevamo dato devono essere costantemente riviste. Resta l\u2019impegno: l\u2019insegnamento di Dorfles resta l\u2019insegnamento etico. Lui non si \u00e8 mai piegato a nessuna moda culturale: quando si doveva chiamare la moda kitsch, ha chiamato la moda kitsch e ha dato una connotazione critica, e poi ne ha letto anche gli aspetti positivi. La sua grande visione del mondo gli permette quello che forse noi, nell\u2019esperienza faticosa all\u2019interno del nostro mestiere afferente a una sola disciplina, non riusciamo ad avere.<\/p>\n<p>Dorfles ha sempre un approccio che relativizza il giudizio: non si \u00e8 mai innamorato troppo, neanche delle idee pi\u00f9 belle. Ha avuto la capacit\u00e0 di uno sguardo critico anche difronte alle attrazioni pi\u00f9 fantastiche; e questo \u00e8 dato dal fatto che ne ha vista passare d\u2019acqua sotto i ponti\u2026 Probabilmente per noi \u00e8 pi\u00f9 difficile, perch\u00e9 ogni volta che abbiamo un\u2019illuminazione ci sembra che questa sia la chiave di volta. Lui invece \u00e8 sempre un po\u2019 scettico e questo \u00e8 dato dal suo temperamento, dalla sua integralit\u00e0 etica nel valutare le cose attraverso un giudizio filtrato.<\/p>\n<p>L\u2019altro giorno, Aldo Colonetti mi diceva che \u00e8 rimasto molto imbarazzato perch\u00e9 Dorfles ha dato lezioni a Gualtiero Marchesi su come si dovesse preparare il risotto con l\u2019oro! Gillo \u00e8 come un comandante, \u00e8 un principe del suo essere e ha questa condizione di non mollare mai, neanche a tavola, fino a mettere in difficolt\u00e0 uno chef che \u00e8 l\u00ec per festeggiarlo.<\/p>\n<p>L\u2019anno scorso, quando sono stato a casa sua, mi ha fatto vedere la sua camera, e l\u00ec c\u2019erano tre valigie: \u201cQuesta \u00e8 quella delle 24 ore, questa \u00e8 quella delle 48 e questa \u00e8 quando sto via una settimana.\u201d Lui programma: a centoquattro anni, ha le valigie sempre pronte per partire. Questa \u00e8 la forza che pu\u00f2 avere chi matura un secolo di vita, noi saremo sempre perdenti difronte a Dorfles.<\/p>\n<p>Nell\u2019ultima sala di questa mostra (<em>Gillo Dorfles. Essere nel tempo<\/em>, n.d.r.) ci sono suoi dipinti. che hanno delle difficolt\u00e0; ma, la forza di Dorfles \u00e8 data anche dalle sue debolezze. Quando ha questi tratti alla Kandinsky o alla Klee, si vede che non ha la felicit\u00e0 di Kandinsky o di Klee: il suo tratto \u00e8 un tratto pieno di fatica e pieno di perplessit\u00e0; ha consapevolezza critica perfino nella sua forma espressiva.<\/p>\n<p>I mezzi e i registri linguistici che lui padroneggia sono molti: dal pensiero, alla scrittura, al giornalismo. Non possono essere quelli di un Giacometti, dove vi \u00e8 unitariet\u00e0 di interesse per il volto con la consapevolezza di \u201cnon saper fare quel volto\u201d e la molteplicit\u00e0 degli interessi di Dorfles d\u00e0 delle indicazioni interessanti. Qual \u00e8 il dipinto che pu\u00f2 reggere un confronto cos\u00ec complesso di una storia che non \u00e8 quella di un uomo, ma quella delle avanguardie del XX secolo? Inevitabile che si scontri con i limiti della mano.<\/p>\n<p>Gillo mi ricorda moltissimo un altro grande personaggio: Friedrich D\u00fcrrenmatt, che ha lasciato che tutta la sua attivit\u00e0 pittorica fosse esposta e resa pubblica soltanto dopo la sua morte e che ha lasciato scritto: \u201cSo che dipingo come un bambino, ma non sono un bambino. Dipingo per le stesse ragioni per cui scrivo, poich\u00e9 penso\u201d. Quindi dava al fatto pittorico un carattere metaforico: \u201cLo so che non ce la faccio a dipingere, per\u00f2 il fatto che io dipinga mi aiuta anche nel mio pensiero letterario\u201d. E questo appartiene a grandi personalit\u00e0 che, non solo hanno un\u2019attivit\u00e0 multipla \u2013 pensiamo a Pasolini o Montale \u2013 ma, soprattutto, questa consapevolezza.<\/p>\n<p>Dorfles ha avuto la fortuna di vivere la Milano del design, una Milano irripetibile se pensiamo a quella condizione particolare che chiamiamo \u201cdesign italiano\u201d. E quando Dorfles parla del territorio, parla di un\u2019architettura regionalista che ha nel contesto la sua misura.<\/p>\n<p>Viaggiando molto, mi \u00e8 capitato di dover dare una motivazione al fenomeno della moda italiana (soprattutto targata Milano) che, vista dall\u2019esterno, \u00e8 una cosa che ti colpisce. Non \u00e8 un fenomeno solo legato a qualche stilista, o legato al mercato, o legato alle multinazionali di Armani o di Prada: c\u2019\u00e8 una \u201crealt\u00e0 del fatto estetico\u201d che connota la moda nelle sue variazioni e che ha come denominatore positivo comune la trasversalit\u00e0 delle arti. Biologia, antropologia, botanica e tante altre discipline trovano nella moda un denominatore comune che le sa interpretare e modellare. La moda italiana \u00e8 la forma espressiva che pi\u00f9 ha saputo trasformare questa condizione di societ\u00e0 liquida in un fatto estetico.<\/p>\n<p>Dorfles parla sempre dell\u2019architettura come un elemento per far interagire il paesaggio. Non a caso ama Frank Lloyd Wright; e se togliamo a Wright il paesaggio, cosa resta? Dorfles ha intuito che la forza del fatto architettonico non \u00e8 il manufatto, ma le relazioni che il manufatto stabilisce col contesto. Abbiamo molti altri critici oggi che, invece, giudicano l\u2019oggetto. Ma anch\u2019io, come Dorfles, ho molte perplessit\u00e0 rispetto all\u2019architettura contemporanea cos\u00ec come viene presentata, perch\u00e9 sono degli oggetti ingranditi \u2013 taluni mediocri, qualcun altro di grande qualit\u00e0 \u2013 dove si sente una tensione plastica forte, ma dove manca il dialogo con il contesto. L\u2019architettura \u00e8 sempre una parte costitutiva della citt\u00e0 e che la trasforma con il segno del nostro tempo. E quando, ad esempio, \u00e8 in un contesto rurale? non ce la fa! Perch\u00e9 l\u2019oggetto della \u201ccasa delle pecore\u201d \u00e8 molto pi\u00f9 in equilibrio con quel contesto per i materiali e per la spazialit\u00e0: non c\u2019\u00e8 l\u2019arroganza dell\u2019edonismo di un\u2019immagine sovrapposta alla funzione e che diventa caricaturale.<\/p>\n<p>Oggi per\u00f2, questi sono discorsi perdenti. Perch\u00e9 se vediamo il mondo come va avanti, se vediamo come le citt\u00e0 vengono costruite, sappiamo che il mandato che viene dato all\u2019architetto \u00e8 per cinquant\u2019anni, poi il panorama cambier\u00e0. Perci\u00f2 gli architetti sanno che le loro opere sono fragili e che nessuno sa dire cosa succeder\u00e0 fra cinquant\u2019anni. Ma, intanto, condannano per cinquant\u2019anni la gente a vivere dentro a questi casermoni, dove rischi di non saperti orientare e di andare da un altro inquilino. Del resto, sappiamo che con il nostro lavoro di architetti possiamo, nel migliore dei casi, cambiare l\u2019architettura ma non riusciremo mai a cambiare la societ\u00e0.<\/p>\n<p>Le difficolt\u00e0 nel nostro approccio all\u2019opera totale di Dorfles sono che, da un lato, riconosciamo la sua forza critica e teorica, la sua capacit\u00e0 di interpretare un secolo di storia commettendo pochissimi errori (sono ben pochi i critici che hanno resistito alla prova dei decenni successivi); dall\u2019altro lato, per\u00f2, esitiamo a riconoscergli la possibilit\u00e0 di esplorare anche forme pi\u00f9 legate al suo personale bisogno espressivo. \u00c8 come pretendere da qualcuno il massimo, sempre e da tutti i punti di vista.<\/p>\n<p>Negli anni Ottanta ho progettato delle banche, cercando di fare del mio meglio, come sempre cerco di fare attraverso il mio lavoro. Oggi, a distanza di pochi decenni, queste banche non esistono pi\u00f9. Come architetto, devi trovare una ragione profonda che motivi il tuo lavoro (dare spazio alla comunit\u00e0, attraverso la progettazione di banche, uffici postali, etc.), salvando cos\u00ec la tua reputazione e, soprattutto, te stesso. Ma se la misura del servizio fornito \u00e8 riconosciuta solo in termini tecnici, distributivi e funzionali, allora siamo morti. Il nostro lavoro, paradossalmente, parte dalla domanda di assolvere a delle precise funzioni, ma poi resta come testimonianza della storia del proprio tempo. Ma il fatto architettonico, al di l\u00e0 della forma iconica e della capacit\u00e0 espressiva dell\u2019architetto, diventa poi potente espressione formale della storia e, quindi, anche delle ambiguit\u00e0, delle contraddizioni, delle colpe di determinata collettivit\u00e0. Soltanto se il fatto architettonico riesce ad avere una forma espressiva che va al di l\u00e0 della risposta per la quale ti hanno pagato, diventando un segno della speranza del tuo tempo, resta. L\u2019architettura \u00e8 sempre testimone del suo tempo, ma solo se mostra un plusvalore d\u2019interpretazione pu\u00f2 sopravvivere al tempo. Cos\u00ec l\u2019ambiguit\u00e0 che viviamo nella lettura dell\u2019opera totale di Dorfles nasce probabilmente dal fatto che conosciamo e condividiamo in maniera pi\u00f9 diretta, pi\u00f9 facile, la sua interpretazione critica del mondo attraverso i suoi scritti; mentre la sua pittura ci interroga \u2013 ed \u00e8 naturale che una forma espressiva artistica ci interroghi.<\/p>\n<p>Una considerazione finale: non dobbiamo meravigliarci che Dorfles abbia dipinto, suonato, scritto poesie. Le differenti forme espressive sono complementari l\u2019una all\u2019altra e completano un unico grande discorso: quando visiti questa mostra antologica di Dorfles, il suo segno e il suo registro linguistico sono subito chiaro. Franco Purini rileva nella produzione artistica di Dorfles la composizione di segni che ritornano con significati diversi e questa non \u00e8 che la controprova che si tratti di un vero artista: la sua pittura ha una riconoscibilit\u00e0 immediata, quindi un registro linguistico molto chiaro con cui racconta cose diverse, come sono diverse le storie del mondo. Anche il segno di Klee, se ne vedi all\u2019inizio solo qualcuno, ti pu\u00f2 creare delle perplessit\u00e0; poi vedi che, invece, questo \u00e8 un segno ed \u00e8 una ricerca. Quindi il segno \u00e8 lo strumento del linguaggio, ma il linguaggio pu\u00f2 dire cose diverse. Picasso, con lo stesso linguaggio, tratta <em>Les demoiselles d\u2019Avignon<\/em>, l\u2019elogio della bellezza e della disponibilit\u00e0 femminile, e <em>Guernica<\/em>, il grido di dolore contro l\u2019uomo che uccide il suo simile. Un unico linguaggio, per dire cose diverse.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-255\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/Gillo-Dorfles-botta-apertura-01.jpg\" alt=\"\" width=\"1579\" height=\"889\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/Gillo-Dorfles-botta-apertura-01.jpg 1579w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/Gillo-Dorfles-botta-apertura-01-300x169.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/Gillo-Dorfles-botta-apertura-01-768x432.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/Gillo-Dorfles-botta-apertura-01-1536x865.jpg 1536w\" sizes=\"(max-width: 1579px) 100vw, 1579px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019architetto di fama mondiale, allievo di Le Corbusier, ripercorre un secolo di critica che ha per protagonista Gillo Dorfles. 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