{"id":1176,"date":"2020-05-20T16:08:03","date_gmt":"2020-05-20T14:08:03","guid":{"rendered":"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/?p=1176"},"modified":"2020-05-20T16:08:03","modified_gmt":"2020-05-20T14:08:03","slug":"in-altre-parolein-other-words","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/in-altre-parolein-other-words\/","title":{"rendered":"In altre parole<br \/><em>In other words<\/em>"},"content":{"rendered":"<h3>Intervista a Vincenzo Cerami<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/h3>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><i>In passato hai dichiarato che l\u2019arte di scrivere non \u00e8 altro che l\u2019arte di raccontarsi attraverso il linguaggio.<\/i><\/p>\n<p>Voglio raccontare a questo proposito una cosa molto personale e cio\u00e8 come ho scoperto la scrittura, perch\u00e9 un bel giorno ho deciso di diventare uno scrittore. Da bambino ho avuto alcuni handicap fisici da cui per fortuna sono guarito nel tempo. Ma a dieci anni, ero veramente nevrotico e afasico. Ero disadattato e stavo sempre da solo. Tuttavia non ero triste in quella mia solitudine, anzi. Per farmi compagnia mi raccontavo delle storie, magari mentre passeggiavo per Ciampino; inventavo trame in cui il protagonista ero sempre io: un tipo avventuroso che aveva sempre la meglio, un vero mito. Chiaramente partiva tutto dalla mia immaginazione pi\u00f9 intima e quando in una particolare circostanza ho rivisto un atteggiamento simile in mio figlio bambino, la cosa mi ha impressionato e riportato indietro. Alle scuole medie c\u2019\u00e8 stato l\u2019incontro con Pasolini, per tre anni il mio professore di lettere. In quel giovane insegnante di soli ventotto anni, vestito come noi anche se era tenuto a portare la cravatta, tutta lisa perch\u00e9 era povero \u2013 e gi\u00e0 solo questo ce lo faceva sentire pi\u00f9 vicino rispetto agli altri insegnanti \u2013 proiettai tutto il mio desiderio di salvezza. Forse, chiss\u00e0, avvenne una specie di transfert con la figura di mio padre. con Pasolini ho voluto e cercato un contatto, ho cercato di raccontarmi. Avrei voluto dirgli che non ero n\u00e9 afasico n\u00e9 nevrotico. Ma stavo seduto all\u2019ultimo banco per nascondermi e non rispondevo nemmeno all\u2019appello. Volevo dirgli delle cose, ma come potevo fare? Era il professore di tutti, non il mio psicanalista. Una mattina per\u00f2 arriv\u00f2 l\u2019occasione: assegn\u00f2 alla classe un tema libero \u2013 quelli che non si danno pi\u00f9 a scuola, anche se pare sia un\u2019abitudine che sta tornando \u2013 la cui traccia era Una domenica in montagna, senza chiedere se qualcuno di noi era realmente stato in montagna. Io mi misi a scrivere sul mio quaderno grande, che lui ci chiedeva di usare e che chiamava \u201cil quaderno dei riflessi condizionati\u201d. E cos\u00ec cominciai, provando un\u2019emozione che mi prende ancora quando ricordo quel momento: era arrivata l\u2019occasione per parlargli. Finalmente saremmo stati soli, io e lui. E anche se in realt\u00e0 non sarei stato fisicamente di fronte a lui, lo avrei raggiunto attraverso la pagina scritta.<br \/>\nIl tema, per\u00f2, non era parlami di te, ma una gita in montagna. Per\u00f2 in maniera indiretta, parlando d\u2019altro, gli avrei comunque comunicato qualcosa di me (senza sapere esattamente cosa). Inventai allora una storia che si svolgeva sul Terminillo, in cui ero io il protagonista, forte e sicuro di s\u00e9, che affrontava vittoriosamente yeti, serpenti e valanghe e che dominava la situazione padroneggiando il mondo. La notte non riuscii a dormire all\u2019idea di quello che avrebbe potuto pensare di me: che ero un pazzo, un mitomane. E allora lo riscrissi completamente, forse trovando cos\u00ec la mia poetica. Lo ambientai in una domenica d\u2019estate, con le cacche delle mucche, i tafani&#8230; esprimevo una noia mortale, con l\u2019aggiunta di scene un po\u2019 comiche, perch\u00e9 sapevo che a lui piaceva ridere. Lo arricchii di dettagli per far sembrare che ero stato veramente al Terminillo, anche se non era vero. fu in quell\u2019istante che iniziai a scoprire la letteratura. La fortuna volle che Pasolini leggesse il mio tema camminando tra i banchi, a voce alta. Mi sorpresi non poco, mi emozionai e fui felice, tanto da non vedere l\u2019ora di poter scrivere il tema successivo. Da quel giorno, fino ad oggi \u2013 fino a venti minuti fa \u2013 non ho fatto altro che scrivere temi liberi; prima in letteratura, poi in poesia, in prosa, per il cinema, per il teatro e con i fumetti. cos\u2019era in fondo per me la letteratura? Era riuscire a parlare di me: raccontarmi, raccontando per\u00f2 altro. Poi per\u00f2, appassionandomi e scoprendo in me un certo talento per la narrazione e per la costruzione di storie, ho imparato che, per farlo meglio e per raccontarmi in maniera pi\u00f9 \u201cgiusta\u201d, dovevo conoscere di pi\u00f9 gli altri. Insomma, iniziavo a realizzare che il mondo nel quale mi calavo non doveva e non poteva essere bidimensionale, ma pi\u00f9 complesso. Cos\u00ec, a un certo punto, la mia curiosit\u00e0 si \u00e8 concentrata totalmente sull\u2019esterno e questo mi ha poi consentito di tornare su di me in maniera pi\u00f9 matura, per potermi fotografare meglio. Con il passare del tempo la mia passione pi\u00f9 autentica \u00e8 diventata proprio l\u2019interesse per gli altri, non pi\u00f9 per me stesso. Cos\u00ec \u00e8 cresciuta la curiosit\u00e0 e la voglia di viaggiare, di fare dei lunghi viaggi stando fermo. Oggi posso dire che \u00e8 molto pi\u00f9 esaltante la stanzialit\u00e0, viaggiare con l\u2019immaginazione piuttosto che viaggiare realmente. a onor del vero ho anche avuto la fortuna di visitare molti luoghi lontani. Ricordo a tale proposito quando mi chiesero di tenere una trasmissione radiofonica intitolata Viaggi a memoria, durante la quale avrei dovuto rievocare per gli ascoltatori i viaggi che avevo fatto nella mia vita. accettai. E siccome si trattava di due trasmissioni a settimana, dopo un po\u2019 i viaggi effettivamente fatti si esaurirono. Cos\u00ec dovetti inventarne altri: raccontai luoghi dove non ero mai stato, ma che avevo visitato con l\u2019immaginazione. paradossalmente proprio i resoconti di questi ultimi furono molto apprezzati, perch\u00e9 rispetto a una descrizione oleografica della realt\u00e0 risultarono pi\u00f9 espressivi, veri.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-1178\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-1-01-231x300.jpg\" alt=\"\" width=\"355\" height=\"461\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-1-01-231x300.jpg 231w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-1-01-768x997.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-1-01.jpg 825w\" sizes=\"(max-width: 355px) 100vw, 355px\" \/><\/p>\n<p>Raccontare, secondo me, significa raccontare se stessi raccontando altro. Ma il punto \u00e8 che per far questo \u00e8 necessario conoscere l\u2019altro. senza voler entrare nel merito della qualit\u00e0 del mio lavoro, penso di essere stato negli ultimi tempi lo scrittore pi\u00f9 prolifico di storie: ne ho prodotte tantissime per ogni mezzo espressivo che ho usato. Perci\u00f2, rispetto alla distinzione che fa Walter Benjamin, mi sento pi\u00f9 un narratore che uno scrittore vero e proprio.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Ho usato la parola in tutti i modi possibili e in tutti i paradigmi espressivi e comunicativi possibili. Il racconto letterario \u00e8 uso della parola scritta, in silenzio. \u00c8 composto perch\u00e9 un\u2019altra persona lo legga in silenzio.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Attraverso questa misera tecnologia \u2013 carta e penna \u2013 dovevo riuscire a descrivere i visi, gli ambienti, rendere l\u2019anima delle persone, far vedere le cose, far sentire gli odori, far immaginare tutto. La scrittura \u00e8 l\u2019unica arte che si crea in solitudine: mentre scrivo penso che ci sia davanti a me una sola persona. Anche la retorica \u00e8 particolare, perch\u00e9 se parlo a un unico lettore mi confesso, divento spudorato, chiedo complicit\u00e0, piet\u00e0: c\u2019\u00e8 insomma un chuchoter indirizzato a una sola persona. In altri usi della parola, come nel caso del cinema o del teatro, c\u2019\u00e8 un\u2019intera platea e la retorica si modifica. La letteratura con le sue parole silenziose \u00e8 l\u2019arte pi\u00f9 povera da un punto di vista tecnologico. Ma pi\u00f9 l\u2019arte \u00e8 povera, maggiore \u00e8 la sua potenzialit\u00e0 espressiva: senza altri strumenti all\u2019infuori della penna, soltanto con le parole scritte in silenzio, devo riuscire a far vedere tutto. Nel cinema invece ho le immagini, posso passare da un ambiente all\u2019altro e rappresentare il trascorrere del tempo servendomi delle convenzioni tipiche del linguaggio cinematografico. Il teatro ha un linguaggio ancora diverso: basti pensare che lo spettatore sta fermo e ha davanti a s\u00e9 un\u2019inquadratura fissa. Al cinema lo spettatore in realt\u00e0 non sta seduto, viaggia: nel caso di un primo piano \u00e8 come se si trovasse a un metro dal soggetto ripreso, ma quando il soggetto viene inquadrato in lontananza anche chi guarda si \u00e8 allontanato, e se la ripresa \u00e8 quella di un uomo in corsa \u00e8 come se anche lo spettatore corresse. Se scrivo una sceneggiatura sono consapevole del fatto che sto lavorando con il linguaggio delle immagini, perci\u00f2 quello che mi interessa \u00e8 l\u2019azione: \u00e8 attraverso la descrizione dell\u2019azione che devo riuscire a raccontare ci\u00f2 che in letteratura sarebbe affidato soltanto alle parole. Tuttavia la letteratura permette di raccontare ci\u00f2 che le altre forme narrative non possono raccontare: se in letteratura si pu\u00f2 entrare nel pensiero di qualcuno, nel cinema si pu\u00f2 soltanto cercare di mettere i personaggi in una situazione fisica in cui \u2013 attraverso le loro azioni, il loro modo di muoversi e di confrontarsi \u2013 si pu\u00f2 dedurre cosa stanno pensando, per quale preciso motivo compiono certi gesti. Cos\u00ec accade che, in una sceneggiatura cinematografica, tramite la parola evoco un altro linguaggio: il linguaggio del cinema. Lo stesso avviene nel teatro: prendiamo per esempio l\u2019Amleto di Shakespeare. a partire dal testo originale sono state fatte milioni di rappresentazioni, tutte diverse l\u2019una dall\u2019altra, a tal punto che quando lo andiamo a vedere a teatro non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019Amleto di Shakespeare, ma una trasposizione dal linguaggio scritto di Shakespeare, a una sua rilettura con le convenzioni del linguaggio teatrale. Se pensiamo invece alla poesia potremmo ricorrere al termine moderno format, \u00e8 fondamentale la sua morfologia, il modo in cui \u00e8 fatta. E la poesia \u00e8 un susseguirsi di versi che in genere sono legati da una relazione fonetica. Cos\u00ec se voglio scrivere una poesia su un tema, comincio a scrivere il primo verso che contiene in nuce pi\u00f9 o meno quello che vorrei dire, per poi passare al secondo che per\u00f2 deve essere scritto rispettando le regole del format in cui si inscrive. Il problema si pone con il verso successivo perch\u00e9, oltre a rispettare la struttura generale, pu\u00f2 o deve essere in rima: cos\u00ec si avvia il processo mentale per cui richiamo alla mente tutte le possibili parole che finiscono in un certo modo e le seleziono, ricercando quella pi\u00f9 aderente alle mie intenzioni. La sorpresa sta nel fatto che la trovo, ma non \u00e8 quella che cercavo: finisco per scegliere una parola che \u2018sento\u2019 giusta, che fa deragliare&#8230; ma \u00e8 stata la creazione di quel testo poetico che mi ha fatto scrivere quella parola. \u00c8 la struttura linguistica stessa dei versi ad aprire finestre verso orizzonti che altrimenti non potremmo raggiungere. In prosa si pu\u00f2 stabilire una scaletta e decidere a priori cosa scrivere, in poesia l\u2019opera nasce mentre si scrive e non si pu\u00f2 prevedere in anticipo. La poesia \u00e8 scoprire il mondo attraverso la scrittura, \u00e8 andare oltre l\u2019apparente: \u00e8 un processo che \u00e8 il risultato di un fatto puramente formale. Adottando una struttura poetica (l\u2019endecasillabo, il sonetto, la rima baciata, etc.) \u00e8 come se scegliessi di imprigionarmi da solo, ma per avere poi la possibilit\u00e0 di scoprire in corso d\u2019opera un senso, un risvolto inatteso, che non avrei potuto conoscere e prevedere prima.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Nel teatro, invece, il modo di parlare deve essere di cartone per preservare una sua coerenza semantica. Mentre il parlato del cinema \u00e8 quello della quotidianit\u00e0, quello teatrale non \u00e8 adatto alla vita di tutti i giorni, va bene solo per il palcoscenico. Allo stesso modo, anche la parola intrecciata alla musica usa forme verbali che in altri contesti sarebbero quanto meno discutibili, mentre nell\u2019ambito di una composizione musicale risultano invece sublimi. In conclusione, la parola non \u00e8 sempre se stessa: la parola cambia di segno a seconda del sistema linguistico in cui si inserisce e si trasforma in base alle funzioni che deve assolvere.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_1179\" aria-describedby=\"caption-attachment-1179\" style=\"width: 355px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-1179\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-2-01-295x300.jpg\" alt=\"\" width=\"355\" height=\"361\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-2-01-295x300.jpg 295w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-2-01-768x781.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-2-01.jpg 1240w\" sizes=\"(max-width: 355px) 100vw, 355px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-1179\" class=\"wp-caption-text\"><em>Alighiero Boetti, Afghanistan, 1988-89. Tela su tavola, dimensioni: cm 106 x 114, Rovereto, Mart, deposito collezione privata.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p><i>Che rapporto c\u2019\u00e8 tra \u201cl\u2019indicibile\u201d e le parole scritte, tra il silenzio e la comunicazione?<\/i><\/p>\n<p><i>F<\/i>accio questo esempio: noi quando pensiamo non pensiamo con le parole, non costruiamo un discorso con soggetto, predicato e tutto il resto. Pensiamo invece attraverso un vocabolario fatto di sentimenti, turbamenti, emozioni. Il nostro pensiero interiore \u00e8 continua associazioni di idee o \u2013 come direbbe Pavlov \u2013 di impulsi e scariche elettriche, di colori e campi magnetici, di sensazioni immediate e di memorie accumulate. Se mi domandi cosa sto pensando, ti esprimi in italiano; perci\u00f2, per risponderti, prender\u00f2 il vocabolario italiano e la sua sintassi per cercare di dar parola, ovvero di verbalizzare, un qualcosa che parola non ha. Per comunicarti quello che ho in testa, o le emozioni che sto provando, dovr\u00f2 azionare un meccanismo che, in un certo senso, \u00e8 paragonabile a quello di una macchina. Paradossalmente, per riuscire a dirti quello che sto davvero pensando dovr\u00f2 dirti una bugia, solo in quel modo potr\u00f2 comunicare. Perch\u00e9 se ti dicessi esattamente quello che mi gira in testa, te lo direi male, finirei per esprimermi in maniera tanto confusa da risultare incomprensibile.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Per dirtelo dovr\u00f2 rinunciare alla pretesa di essere del tutto fedele al mio vero pensiero, potr\u00f2 solo avvicinarmi alla verit\u00e0 attraverso un giro di parole. E per me l\u2019arte \u00e8 proprio questo: mettere la parola dove non c\u2019\u00e8, far parlare il nostro silenzio. se riflettiamo, la maggior parte di noi parla al massimo un\u2019ora e mezza o due al giorno, non di pi\u00f9. Tutto il resto della giornata lo passiamo in silenzio. Ed \u00e8 in silenzio che prendiamo decisioni, viviamo turbamenti, amiamo qualcuno ed elaboriamo un lutto. La vera vita \u00e8 l\u00ec e parla un linguaggio che non \u00e8 fatto di parole. L\u2019arte \u00e8 allora una forma essenziale della comunicazione, quella che Moravia chiamava \u201cla messa in scena del rimosso di una societ\u00e0&#8221;.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_1180\" aria-describedby=\"caption-attachment-1180\" style=\"width: 355px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-1180\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-3-01-224x300.jpg\" alt=\"\" width=\"355\" height=\"475\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-3-01-224x300.jpg 224w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-3-01-768x1028.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-3-01.jpg 981w\" sizes=\"(max-width: 355px) 100vw, 355px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-1180\" class=\"wp-caption-text\"><em>Le figure che sono state differenziate con successo negli esperimenti del Dr. Orbeli. La lettera T, in alto a sinistra della figura, \u00e8 funzionale allo sviluppo dello stimolo positivo, diversamente le altre figure su sfondo nero, come la lettera T bianca, sviluppano invece quello negativo.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p><i>Molti nel secolo scorso avevano profetizzato l\u2019estinzione della parola scritta per effetto delle nuove tecnologie di comunicazione. Di fatto, oggi scriviamo e leggiamo forse di pi\u00f9 che nel passato recente. Ma il racconto di s\u00e9 fatto attraverso sms, post su Facebook o cinguettii su Twitter non rischia di essere, pi\u00f9 che autentica narrazione, un elenco di didascalie a un\u2019immagine simulata, ad uso e consumo di un\u2019identit\u00e0 desiderata e desiderabile?<\/i><\/p>\n<p>Rispetto a un passato anche piuttosto recente, oggi disponiamo di una quantit\u00e0 sempre maggiore di mezzi di comunicazione. Ho sempre avvertito e vissuto questa crescita dei dispositivi tecnologici di comunicazione come un\u2019ansia di comunicazione: \u00e8 come se inventassimo sempre nuovi mezzi per comunicare perch\u00e9 non riusciamo davvero a comunicare e quest\u2019insuccesso provoca in noi ulteriore ansia. Effettivamente non c\u2019\u00e8 comunicazione. Tralasciando riflessioni di natura sociologica, anche soltanto da un punto di vista strettamente linguistico mezzi come l\u2019e-mail o i blog producono l\u2019esatto contrario della comunicazione. Chiunque scriva lo fa lavorando necessariamente con una materia esterna a s\u00e9 e autonoma: il sistema linguistico della parola. Tutto \u2013 o quasi \u2013 pu\u00f2 essere scritto, ma deve essere organizzato secondo certe regole. perci\u00f2 chi scrive deve conoscere la \u201cmacchina\u201d per poterla governare, altrimenti \u00e8 la macchina a condurre il gioco. Molti ragazzini passano ore davanti al pc a raccontarsi, pi\u00f9 o meno consapevolmente. Infatti ci raccontiamo scrivendo di qualsiasi cosa: anche se non lo vogliamo, il modo stesso in cui scriviamo \u2013 comunque \u2013 ci sta gi\u00e0 raccontando. Cos\u00ec, anche quando comunichiamo in tempo reale con qualcuno che magari \u00e8 dall\u2019altra parte del mondo, diamo di noi un\u2019immagine, ci sveliamo. In realt\u00e0 non raccontiamo noi stessi ma il mito di noi stessi, ovvero, l\u2019immagine che abbiamo di noi. Non c\u2019\u00e8 bisogno di scomodare Freud per capire che le cosiddette autobiografie non esistono, perch\u00e9 in ogni caso si tratta di invenzioni che obbediscono alle regole della letteratura e del linguaggio. E la menzogna fa parte del linguaggio. Quindi succede che mi racconto per ore attraverso gli attuali mezzi tecnologici, costruendo un\u2019immagine di me in cui mi identifico finch\u00e9 sono connesso. poi, una volta interrotta la comunicazione, torno me stesso: il mistero. Quando per\u00f2 torno nuovamente on line devo recuperare tutto il terreno perduto, ritrovare quella forma di contatto con me stesso e, pian piano, succede che mi riconosco solo attraverso quell\u2019immagine. Al di fuori sono smarrito, non ritrovo una mia identit\u00e0. In assenza di una distanza critica, tutto questo rischia di creare pericolose forme di dipendenza e, a lungo andare, di farci spingere il pedale della virtualit\u00e0 fino farci esplodere. La parola non ha mai avuto tanto potere quanto in questo periodo. proprio perch\u00e9 \u00e8 rimasto l\u2019unico mezzo con cui puoi far passare un pensiero e non solo un\u2019emozione. Tutti gli altri sono linguaggi iconici. Credo sia una necessit\u00e0 dell\u2019uomo poter comunicare ed esprimere le complessit\u00e0, non soltanto le emozioni. L\u2019emozione, dopo un po\u2019, stufa. Ma dobbiamo comunque fare una distinzione: c\u2019\u00e8 parola e parola, \u00e8 necessario contestualizzare. In una trasmissione politica televisiva, la parola \u00e8 manipolata dal contesto. Una volta scrissi una lettera a Fassino, allora segretario del partito Democratico, facendogli notare che quando aveva parlato nel programma di Bruno Vespa, dietro di lui campeggiava uno schermo con il direttore del Tg4, Emilio Fede, che gli faceva anche il verso. L\u00ec c\u2019era stata tutta la sapienza di un giornalista come Vespa nell\u2019impostare la ripresa della trasmissione. In televisione le ragioni non contano: si pu\u00f2 dire qualsiasi cosa, ma nessuno prester\u00e0 la dovuta attenzione. Durante il confronto televisivo finale \u201cuno contro uno\u201d della tornata elettorale vinta poi da prodi contro Berlusconi, l\u2019assegnazione delle due poltrone nello studio venne tirata a sorte. Infatti, chi siede a sinistra \u00e8 avvantaggiato rispetto a chi sta a destra perch\u00e9 appare per primo sullo schermo. E, naturalmente, nessuno dei due voleva occupare il posto del perdente.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_1181\" aria-describedby=\"caption-attachment-1181\" style=\"width: 355px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-1181\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-4-01-210x300.jpg\" alt=\"\" width=\"355\" height=\"507\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-4-01-210x300.jpg 210w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-4-01-768x1097.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-4-01.jpg 956w\" sizes=\"(max-width: 355px) 100vw, 355px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-1181\" class=\"wp-caption-text\"><em>La locandina del film Un borghese piccolo piccolo, dal romanzo omonimo di Vincenzo Cerami, 1977.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p><i>La tua \u00e8 una scrittura totale: prosa, poesia, radio, cinema, teatro, fumetto, musica\u2026<\/i><\/p>\n<p>Ho cominciato scrivendo per il cinema e per il teatro, due mondi scoperti grazie a Pasolini. E oggi, credo davvero che non mi sia rimasto pi\u00f9 niente da provare! Mi sono confrontato con il giornalismo, la saggistica, la narrativa, la poesia.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>Ho usato la parola anche per scrivere testi di canzoni e di opere liriche. penso che anche il linguaggio radiofonico sia straordinario: la radio \u00e8 un mezzo tecnologicamente complesso ma linguisticamente molto povero. Quando scrivo per la radio devo rivolgermi soltanto all\u2019organo dell\u2019udito: non racconto semplicemente una storia, devo metterla in scena per far entrare l\u2019ascoltatore in un mondo tridimensionale fatto di voce, di suoni e di rumori. Per paradosso, il cinema \u00e8 come se fosse stato inventato per i non udenti \u2013 tant\u2019\u00e8 che nasce muto \u2013 mentre la radio \u00e8 come se fosse destinata ai non vedenti. Il fumetto \u00e8 stato l\u2019ultimo linguaggio in ordine di tempo che ho sperimentato. E mi dispiace, perch\u00e9 avrei voluto scoprire molto prima questo spazio straordinario. Lavorare con disegnatori come Milo Manara o Silvia Ziche \u00e8 stata davvero una bellissima esperienza.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><i>E che vincoli impone la scrittura di un musical?<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/i><\/p>\n<p>Il musical \u00e8 comunque una forma di teatro: \u00e8 teatro musicale, come l\u2019opera lirica. Anzi possiamo dire che l\u2019opera lirica sta all\u2019Italia come il musical sta ai paesi anglosassoni. \u00c8 una forma espressiva che deve rispettare contemporaneamente sia le regole del teatro che quelle della musica. Nel teatro cantato il racconto \u00e8 fatto a quadri e bisogna essere bravi a far capire la situazione senza l\u2019aiuto del parlato e dei dialoghi, consapevoli anche del fatto che il pi\u00f9 delle volte le parole cantate non vengono comprese con precisione. Perci\u00f2 la parola cantata deve essere espressiva, pi\u00f9 che comunicativa: non devono essere cantati fatti ma sentimenti come l\u2019amore, il dolore, il cordoglio, l\u2019amicizia, il tradimento. Tanto che l\u2019intreccio \u00e8 sempre molto paradigmatico e semplice, giusto pretesto per volare sui grandi temi.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><i>Come hai vissuto la trasposizione cinematografica del tuo romanzo Un borghese piccolo piccolo nel film diretto da Mario Monicelli?<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/i><\/p>\n<p>Il libro era abbastanza adatto per trarne un film, perch\u00e9 gi\u00e0 visivo di per s\u00e9 e la storia era molto cinematografica. Come ho gi\u00e0 detto, diversamente che in letteratura dove la storia \u00e8 soltanto un pretesto per poter raccontare altro, nel cinema si \u00e8 interessati proprio alla storia. Non ho firmato la sceneggiatura del film, ma solo dato qualche consiglio. Ovviamente la trasposizione cinematografica ha richiesto dei cambiamenti. Nel cast del film c\u2019era l\u2019attrice americana Shelley Winters e per valorizzare la sua presenza fu inventata la scena in cui il suo personaggio viene portato a vedere l\u2019assassino. Alla fine del libro il protagonista, ormai in pensione, sta seduto su una panchina immerso nei suoi pensieri, a contare agli anni che gli rimangono davanti. Questo flusso interiore difficilmente si sarebbe potuto rendere al cinema e cos\u00ec il film si conclude con il protagonista che impazzisce e diventa una specie di mostro. In quell\u2019occasione chiesi consiglio a Sciascia, che era abituato a cedere i diritti dei suoi libri per la realizzazione di film, e lui mi disse che non mi dovevo porre il problema della fedelt\u00e0 al testo originale, perch\u00e9 il cinema ha altri linguaggi e il risultato della trasposizione non potr\u00e0 che essere un\u2019opera diversa. Del libro interessa la storia. E la storia \u00e8 l\u2019aspetto che invece interessa di meno allo scrittore.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<figure id=\"attachment_1182\" aria-describedby=\"caption-attachment-1182\" style=\"width: 355px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-1182\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-5-01-300x300.jpg\" alt=\"\" width=\"355\" height=\"356\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-5-01-300x300.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-5-01-150x150.jpg 150w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-5-01.jpg 485w\" sizes=\"(max-width: 355px) 100vw, 355px\" \/><figcaption id=\"caption-attachment-1182\" class=\"wp-caption-text\"><em>Marshall McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man, New York, New American Library, 1964.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n<p><i>Vuoi parlarmi dell\u2019impresa di scrivere sceneggiature cinematografiche?<\/i><\/p>\n<p>Il film lo si vede gi\u00e0 mentre lo si scrive. La sceneggiatura prevede fin dall\u2019inizio certe scelte registiche e in qualit\u00e0 di sceneggiatore discuto sempre le inquadrature con il regista. Di fatto, il copione \u00e8 quasi il film scritto per inquadrature. \u00c8 un aspetto che conosco bene perch\u00e9 da ragazzo ho scritto molte sceneggiature per le produzioni americane e per ogni scena dovevo specificare l\u2019inquadratura. Nel caso di un film tratto da un libro, torno a dire che per forza di cose la sceneggiatura deve apportare delle modifiche al testo originale. Un film deve essere fedele al libro da cui \u00e8 tratto, ma per essere tale deve essere infedele alla lettera. Quello che conta \u00e8 che venga rispettato lo spirito dell\u2019autore e in un film come il pinocchio che ho sceneggiato per Benigni credo che lo spirito di collodi ci sia tutto. Molto pi\u00f9 che in altre versioni cinematografiche come, ad esempio, quella di Comencini: l\u00ec Pinocchio passa pi\u00f9 volte dall\u2019esser burattino di legno a bambino in carne e ossa, a seconda del suo comportamento. Niente a che vedere con lo spirito originale del libro, la storia pi\u00f9 noir mai scritta in Italia. Il vero pinocchio \u00e8 la storia di una violenta macchina repressiva: il protagonista viene legato a una cuccia come un cane, trasformato in un somaro da soma, derubato, mandato in galera, ucciso. Subisce una lunga serie di prove tremende, per poi diventare un piccolo borghese. Di certo non \u00e8 un romanzo per bambini. In effetti, Pinocchio era nato come un breve un racconto pedagogico destinato alle pagine di una rivista, una storiella didascalica per insegnare ai bambini l\u2019importanza dello studio e della scuola. Visto il successo riscosso dal personaggio, l\u2019editore chiese a collodi di continuare la storia. Cos\u00ec il burattino che era finito impiccato viene riportato in vita dalla fata turchina. capitolo dopo capitolo, la storia sfugge di mano a collodi: il risultato finale non \u00e8 un libro organico, ma una lettura che solleva domande e interrogativi come: chi \u00e8 davvero il cattivo? Pinocchio o gli altri? La giustizia del mondo \u00e8 quella che mette in galera un innocente? E cos\u00ec il libro diventa un capolavoro, che non si conclude con il classico \u201ce vissero tutti felici e contenti\u201d ma con un finale meraviglioso. Diventato un bambino vero, pinocchio guarda il burattino morto e dice: \u00abCom\u2019ero buffo, quand\u2019ero burattino! e come son contento di esser diventato un ragazzino perbene!\u00bb. Pinocchio ci lascia con un dolore immenso, con tutta la malinconia di chi vede se stesso morto. con quel burattino \u00e8 morta l\u2019infanzia, il principio del piacere. Pinocchio \u00e8 diventato grande: ha imparato cos\u2019\u00e8 la sofferenza e l\u2019abnegazione, ha scoperto cos\u2019\u00e8 la civilt\u00e0. Non rincorre pi\u00f9 le farfalle, deve stare alle regole.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><i>Alcuni ti hanno definito un neo-funzionalista perch\u00e9 riesci ad esercitare l\u2019arte della scrittura anche partendo da una traccia gi\u00e0 data, magari su commissione\u2026<\/i><\/p>\n<p>Se come te fossi un designer, il mio maestro sarebbe Philippe Starck: un vero funzionalista, capace di progettare di tutto rispettando bisogni e richieste del committente. Il sapere dell\u2019artigiano \u00e8 l\u2019aspetto dell\u2019artista che pi\u00f9 mi interessa. Come accadeva nelle grandi botteghe del Rinascimento, ogni artista deve essere prima di tutto un artigiano: se non conosce quali sono i materiali con cui deve trattare una tela prima di dipingerci sopra, \u00e8 inutile che si metta a fare il pittore. Ho studiato approfonditamente e pubblicato alcuni saggi su Tolstoj, grande maestro di narratologia, il quale spiegava che per poter scrivere \u00e8 fondamentale la giustapposizione degli elementi. come dire: conosci il mezzo che usi. Raymond Carver spiegava cos\u00ec la differenza tra chi scrive e chi \u00e8 scrittore: per scrivere basta conoscere una lingua ed eventualmente disporre di qualcuno che ci corregga la forma; per essere uno scrittore bisogna possedere un punto di vista. \u00c8 tutto un problema di angolazione. Il punto non \u00e8 scrivere, ma produrre letteratura. Ed \u00e8 la coscienza linguistica che fa la letteratura. Questo me lo insegn\u00f2 Calvino, con cui ne parlai a lungo. Diceva che lo scrittore \u00e8 colui che ha coscienza linguistica. In tanti scrivono, ma pochi fanno autentica letteratura, perch\u00e9 in pochi conoscono la materia e le sue leggi. Ma, attenzione, non \u00e8 la bella scrittura che fa la letteratura. Non si tratta di indossare una cravatta sgargiante scegliendo l\u2019aggettivo giusto o il termine raffinato: questo \u00e8 soltanto formalismo, e non \u00e8 nemmeno elegante. Non devi far vedere che sai scrivere. Quando mi commissionano un lavoro li benedico sempre! Innanzitutto perch\u00e9 quando nasce e parte un progetto preciso si \u00e8 pi\u00f9 sicuri che verr\u00e0 realizzato davvero. In fondo all\u2019artista non interessa l\u2019argomento. In letteratura, per esempio, una storia serve da pretesto. Allo stesso modo, un architetto nel progettare una casa trova il proprio pretesto per creare un\u2019opera estetica. Ma la sua creazione dovr\u00e0 rispondere a pi\u00f9 funzioni, prima fra tutte quella sociale: nel progetto non dovr\u00e0 tener conto soltanto delle sue velleit\u00e0 artistiche e delle richieste avanzate da chi abiter\u00e0 l\u2019appartamento, ma anche delle relazioni con il contesto esterno e con il paesaggio, secondo una coscienza civile che non sempre corrisponde a quella del committente. Infatti c\u2019\u00e8 un diffuso disinteresse verso gli altri e poco senso civico: basti vedere la poca attenzione con cui trattiamo ad esempio la raccolta differenziata, la difesa del territorio, il risparmio energetico&#8230; sembra proprio che le scelte fatte in ragione di un interesse generale e superiore non rientrino nella nostra cultura piccolo borghese, cattolica e bigotta.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-1183\" src=\"http:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-6-01-300x294.jpg\" alt=\"\" width=\"355\" height=\"348\" srcset=\"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-6-01-300x294.jpg 300w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-6-01-768x752.jpg 768w, https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-content\/uploads\/2020\/05\/cerami-6-01.jpg 1036w\" sizes=\"(max-width: 355px) 100vw, 355px\" \/><\/p>\n<p><i>Parlando di scrittura su commissione, penso alla figura del copywriter.<\/i><\/p>\n<p>In questo caso, pi\u00f9 che di scrittori possiamo parlare di \u201ccreativi\u201d. Li riconosci anche da come si vestono, hanno un senso forte della comunicazione, sono talentuosi e coraggiosi. Ricercare lo slogan \u00e8 altra cosa che ricercare la parola. ad esempio, l\u2019idea della famosa scena della staccionata saltata da Castelnuovo nella pubblicit\u00e0 dell\u2019Olio Cuore \u00e8 mia. avevano inventato quest\u2019olio di mais che faceva bene, era da comprare quasi in farmacia. Il mercato era coperto, ma c\u2019era l\u2019esigenza di allargarlo: doveva diventare un olio che non facesse pensare per forza a un prodotto curativo. Uno slogan deve rispettare dei parametri che non sono scelti dal creativo ma dettati dal mercato: ho bisogno di conquistare questo spazio, allora tu trovami come fare, proponimi uno slogan geniale. Credo per\u00f2 che questo modo di lavorare non esista quasi pi\u00f9. La tecnologia ha penalizzato molto i creativi: gli spot che vedo ora si basano quasi esclusivamente sugli effetti speciali, il digitale, la postproduzione. E pensare che una volta, per riprendere un particolare tramonto che facesse da sfondo al prodotto reclamizzato, si spendevano miliardi.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><i>Il messaggio \u00e8 sempre pi\u00f9 sbilanciato, i clienti sembrano spaventati da testi che richiedono un tempo di lettura superiore alla frazione di secondo\u2026<\/i><\/p>\n<p>Il progresso tecnologico ha prodotto in tutti noi una maggiore velocit\u00e0 nell\u2019apprendimento e nella percezione delle cose. Se in un qualsiasi film degli anni Settanta le sequenze erano calme e \u201csedute\u201d, in una pellicola dei nostri giorni \u2013 soprattutto in quelle americane \u2013 tagli e inquadrature durano al massimo quattro o cinque secondi. E questo vale anche per i libri: non ne esistono quasi pi\u00f9 con le descrizioni, mentre nell\u2019Ottocento i libri ne erano ricchissimi, perch\u00e9 i lettori non viaggiavano e leggere era un modo per vedere il resto del mondo, per conoscere orizzonti lontani. oggi viaggiano tutti e le descrizioni tendono a sparire del tutto. C\u2019\u00e8 da dire che il vero messaggio non \u00e8 mai quello diretto. Soprattutto in pubblicit\u00e0, un mondo che conosco perch\u00e9 ci ho anche lavorato. Devi conservare un messaggio segreto: dietro a quello espresso in maniera diretta, ce n\u2019\u00e8 sempre un altro. Prendiamo un classico esempio, quello dell\u2019immagine pubblicitaria di una bella donna accanto a una macchina: il messaggio nascosto \u00e8 che la macchina \u00e8 bella come la donna. Ricordo una pubblicit\u00e0 paradossale della Volkswagen in cui un Maggiolino veniva spinto gi\u00f9 da un grattacielo di New York e una ripresa al rallenty seguiva la caduta dell\u2019auto fino al suo impatto a terra, dove si riduceva in mille pezzi. Lo slogan dello spot recitava: \u00abChi l\u2019ha detto che le Volkswagen non si rompono mai?\u00bb Chiaramente il vero messaggio \u00e8 un altro e sta l\u00ec dietro per sorprenderti: per distruggere un Maggiolino devi buttarlo da un grattacielo. Il copywriter aveva assunto un punto di vista strategico, in linea con i precisi obiettivi di comunicazione dell\u2019azienda.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p><i>Che livello di capacit\u00e0 narrativa rilevi oggi nella comunicazione delle imprese italiane?<\/i><\/p>\n<p>Prima di distinguere tra i messaggi, \u00e8 necessario distinguere tra i diversi mezzi di comunicazione. E oggi sia il marchio d\u2019impresa che lo slogan per lanciare il prodotto sono molto condizionati dal mezzo televisivo. Come insegna McLuhan, il mezzo \u00e8 il messaggio: il segno del messaggio cambia di senso in base al contesto in cui viene inserito. In questo periodo di crisi le uniche pubblicit\u00e0 che si vedono sono quelle delle automobili. Sono cos\u00ec tante e si somigliano un po\u2019 tutte, il che \u00e8 paradossale perch\u00e9 se una pubblicit\u00e0 non resta impressa nella memoria non assolve alla sua funzione principale.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>In passato la pubblicit\u00e0 costava tanto, ora costa meno: dura di pi\u00f9 e se la possono permettere anche i singoli esercizi commerciali. La tendenza \u00e8 quella della recita da sitcom: cose lunghe e un po\u2019 sciatte. Mentre bisognerebbe tenere alta la comunicazione, perch\u00e9 in un contesto sublime anche il prodotto diventa sublime. Un tempo se i caroselli erano brutti non venivano passati. Adesso i grandi numeri vengono dai prodotti pi\u00f9 sciatti, non da quelli migliori.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<hr \/>\n<p><span style=\"color: #3366ff;\">[<b>english<\/b>]<\/span><\/p>\n<p><em>You have, in the past, said that the art of writing is nothing more than the art of telling about yourself using language. After having mastered every skill of writing, what does writing mean to you?<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/em><\/p>\n<p>To answer this I have to share a very personal story with you, that is, how I discovered writing and why, one fine day, I decided to become a writer. When I was little, I had some physical problems which, thankfully, healed with time. However, when I was ten I was really neurotic and aphasic. I didn\u2019t fit in with the others and so I was always off somewhere on my own. That doesn\u2019t mean I was sad or depressed about my solitude, on the contrary. In order to entertain myself I made up stories as I wandered around the streets of Ciampino, I invented tales in which I, of course, was always the hero, I who was victorious, a real star. All of this came from the deepest recesses of my imagination and when I saw the same thing once in my young son I was taken aback and reminded of my secret past.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<p>In high school Pasolini was my literature teacher for three years. He was only twenty eight years old then, a young teacher who dressed as we did only with a tie, an old and worn out one because he was so poor. We felt closer to him because of this and I projected all of my need to be \u201csaved\u201d on him. Perhaps, who knows, he may even have been a sort of father figure for me. I wanted to seek him out; I needed contact with him, to tell him of me. I wanted him to know that I was neither aphasic nor neurotic, but, alas, I sat in the last row to hide and didn\u2019t even respond during roll call. There was so much I wanted to tell him, but I couldn\u2019t. He was everyone\u2019s teacher, not my psychoanalyst. Then one morning I had the chance: he wanted us to write an essay \u2013 something teachers no longer do nowadays, even though I hear it may be coming back \u2013 on the theme \u201cA day in the mountains\u201d. He had no idea if any of us had even ever been in the mountains. I started writing in the big notebook he asked us to use and which he called \u201cthe conditioned reflex notebook\u201d. That is how I began writing, and I still remember exactly how incredibly excited I was: I could finally talk to him! We would be alone together, just he and I, even though I would not be there physically, I would be there through the written word. But the theme was not \u201ctell me about yourself \u201d, it was about a trip to the mountains. That meant that I would have to tell him something about myself (without knowing exactly what) indirectly, by talking about other things. So I invented a story that took place on Mt. Terminillo, with me as the strong and confident protagonist that fended off attacks by yetis, battled with snakes and commanded avalanches, as the one that ruled the world. That night I had trouble sleeping as I wondered what he was thinking about me: \u201cthe boy is quite mad\u201d, for example, or \u201che\u2019s an egomaniac\u201d. And so I rewrote the entire essay and, in doing so, perhaps found my voice. The setting of this story was a summer Sunday; there were cow patties everywhere and big horseflies all around&#8230; I expressed extreme boredom dotted with some comic scenes: I knew he liked to laugh. I added details to make it seem as if I had actually been on Mt. Terminillo. It was then that I began to discover literature which, up to then, I had not known. Pasolini read my essay out loud to the class, slowly winding between the rows of desks. I was very surprised, excited and really happy, so much so that I couldn\u2019t wait to write the next essay. Since then, to today \u2013 up until twenty minutes ago &#8211; I have spent my life writing the stories that my mind created, first as books, then I went on to poetry, then prose, movie and play scripts, even cartoons. What does literature mean to me? It is a way of talking about myself by writing about other things. And this, if you will, is the fate of those who live a psychodrama.<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/p>\n<hr \/>\n<p><em>(Tratto da\/from: <a href=\"http:\/\/www.faustolupettieditore.it\/catalogo.asp?id=195\">NB. I linguaggi della comunicazione, Il valore dell\u2019impresa, N.1, Anno IV, Logo Fausto Lupetti Editore, Milano 2012.<\/a>)<span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0<\/span><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><em>Intervista a Vincenzo Cerami<\/em><\/p>\n<p>Mettere la parola dove non c\u2019\u00e8, far parlare il nostro silenzio.<\/p>\n","protected":false},"author":9,"featured_media":1177,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[11],"tags":[14,27,37,42,84],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1176"}],"collection":[{"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/users\/9"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1176"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1176\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1185,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1176\/revisions\/1185"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1177"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1176"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1176"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/blueforma.it\/centro-interdisciplinare-di-ricerca\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1176"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}